Lungo la linea del tempo per capire il presente
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Lungo la linea del tempo per capire il presente

STUDIARE LA STORIA CI AIUTA A COMPRENDERE COME E PERCHE' LA SOCIETA' IN CUI VIVIAMO SI E' EVOLUTA IN UNA DIREZIONE PIUTTOSTO CHE IN UN'ALTRA. MA ANCOR PIU' IMPORTANTE CI AIUTA A COMPIERE QUALCHE ERRORE IN MENO E A MODERARNE LE CONSEGUENZE

di Guido Alfani, ordinario di Storia economica

Che cosa ci insegna la storia? Probabilmente tutti coloro che hanno fatto dello studio del passato la loro professione, inclusi quindi gli storici economici, si sono posti questa domanda almeno una volta nella vita, e probabilmente lo stesso hanno fatto i loro studenti. «La storia è maestra di vita», sosteneva in modo piuttosto netto Cicerone nel De Oratore. Quasi due millenni dopo, il filosofo George Santayana esprimeva una posizione altrettanto favorevole: «Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo». Sintetizzando queste posizioni, potremmo rispondere così alla domanda iniziale: conoscere la storia aiuta a evitare di ripetere errori già compiuti da altri, in un certo senso, ci fornisce un surplus di esperienze rispetto a quelle che accumuliamo direttamente nel corso della nostra vita.
È tuttavia inevitabile, di fronte al triste spettacolo che spesso le società umane danno di sé, domandarsi se davvero conoscere il passato ci consente di evitarne gli errori (e gli orrori). Forse Cicerone e Santayana erano troppo ottimisti? Forse dal passato non impariamo granché, o perlomeno non impariamo abbastanza da evitarci di cadere, ancora e ancora, nelle stesse trappole? Per quanto io conosca alcuni storici di professione che sostengono, tra il serio e il faceto, che tecnicamente dalla storia non si impara nulla (almeno in un senso performativo, ovvero di guida e indirizzo al comportamento umano), personalmente sono convinto che la storia sia effettivamente utile a compiere qualche errore in meno, o a moderarne le conseguenze. Non è questo però il modo in cui cerco di spiegare agli studenti dei miei corsi perché conoscere la storia (compresa quella di periodi relativamente remoti, la cui utilità pratica è ancor meno ovvia) è importante.

Infatti, dal mio punto di vista l’utilità della storia è quella di porre gli eventi, anche quelli che si dipanano davanti ai nostri occhi, in una prospettiva diversa e più complessa. Questa diversa prospettiva solo in casi relativamente rari ci indica che cosa è giusto e che cosa è sbagliato fare. Molto più spesso, ci aiuta invece a comprendere che cosa effettivamente sta accadendo, o è accaduto, e quale sia la reale natura delle opzioni tra cui possiamo scegliere.
Per chiarire, prendiamo per esempio l’emergere della Cina nell’economia globale, ovvero uno dei principali macro-fenomeni di cui siamo oggi spettatori e che probabilmente avrà conseguenze cruciali per i futuri assetti globali. Limitiamoci poi a un aspetto: il livello di sviluppo relativo tra Cina e Occidente. È ben noto che in termini di reddito pro-capite, la Cina è ancora molto indietro rispetto ai paesi più avanzati, ma sta recuperando rapidamente terreno. La situazione era diversa in passato, cinque o sei secoli fa, la Cina era all’incirca sullo stesso piano, in termini di reddito pro-capite e di standard di vita così come di livello di conoscenze, rispetto alle aree più avanzate dell’Europa occidentale. Fin qui, pressoché tutti gli studiosi sarebbero d’accordo. Non vi è un accordo, invece, circa i tempi in cui si è sviluppata la cosiddetta grande divergenza tra l’Europa occidentale e le parti più avanzate dell’Asia, Cina in primis. Per alcuni, la grande divergenza inizia verso il 1500, vale a dire all’epoca dell’apertura delle nuove rotte atlantiche. Per altri, invece, si tratta di un processo molto più tardivo, che inizia con la rivoluzione industriale (quindi non prima del 1750 circa). In che senso queste differenti vedute riguardo processi storici avviatisi secoli fa sono rilevanti per il modo in cui guardiamo all’emergere della Cina di oggi? Chi ritiene che la divergenza sia iniziata in un passato remoto, tende a vedere le dinamiche attuali come un fatto eccezionale e senza precedenti, quindi anche preoccupante e minaccioso: all’ascesa della Cina corrisponde il declino dell’Occidente. Chi invece ritiene che la divergenza sia conseguenza della rivoluzione industriale (e della temporanea capacità dell’Europa di controllare, tramite le proprie colonie, le risorse di una parte molto più ampia del mondo), e dunque sia un fatto relativamente recente, tende a interpretare la rapida crescita cinese come il semplice ritorno a uno status quo plurimillenario di sostanziale equilibrio tra Oriente e Occidente. Ne dà dunque una interpretazione molto più rassicurante. Per quanto oggi la prima interpretazione sia prevalente, il punto che mi preme sottolineare è che abbracciare l’una o l’altra posizione consente di produrre una narrazione molto diversa della storia, narrazione spendibile poi nei dibattiti in corso, compresi quelli di natura politica. Essere consapevoli del fatto che la narrazione della storia non è mai neutra, ma incorpora precise convinzioni e probabilmente qualche scelta intenzionale, è essenziale per analizzare con spirito critico le informazioni e le discussioni che ci bombardano quotidianamente.

Farò un secondo esempio, sempre legato al tema della divergenza di lungo periodo tra aree diverse del mondo: in questo caso, tra il Nord e il Sud dell’Europa. Talvolta nei miei corsi pongo agli studenti questa domanda: perché la Banca centrale europea è ubicata a Francoforte? Ovviamente, si potrebbe fornire un’ottima risposta basata sulle dinamiche politico-diplomatiche che condussero formalmente a tale scelta, magari aggiungendo qualche considerazione sulla geopolitica europea di fine Novecento. Tuttavia, la nostra prospettiva sulla questione muta se allarghiamo un po’ lo sguardo. Se la Banca centrale europea fosse stata istituita nel 1300 invece che nel 1998, avrebbe quasi certamente avuto sede a Firenze. Se fosse sorta nel 1600, è molto probabile che sarebbe stata ubicata a Genova. Che cosa è accaduto nel frattempo? Molte cose, ovviamente, ma una di queste è che l’Italia, il vero centro dell’economia europea nel Medioevo e all’inizio dell’età moderna, è lentamente scivolata verso la periferia del continente mentre il centro si è spostato a Nord. Quindi, certe scelte compiute oggi sono anche il risultato, a mio parere abbastanza diretto, di processi storici che hanno avuto inizio secoli fa. Non sempre esserne consapevoli è piacevole, a nessuno piace essere periferia!  Ma senz’altro aiuta a comprendere la natura dei problemi che ci troviamo di fronte.

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