Il perfetto super Ceo
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Il perfetto super Ceo

IL SECOLO DIGITALE E LA COMPLESSITA' DEI TREND CHE VIVIAMO SONO ALL'ORIGINE DELLA RIVOLUZIONE COPERNICANA DELLE IMPRESE E DEI MANAGER CHE SONO CHIAMATI A INTERPRETARE E GUIDARE IL CAMBIAMENTO. MODERNI SUPEREROI CHE, ABBANDONATI I PANNI DEI GESTORI, SI TRASFORMANO IN ENTREPRENEURIAL EXECUTIVE

di Gianmario Verona, rettore dell'Universita' Bocconi

Non c’è Ceo alle soglie del 2020 che non si stia interrogando sui mega trend che impatteranno radicalmente e strutturalmente sui processi di produzione dell’azienda che sta guidando e sui processi di consumo dei mercati serviti dal business model che ha immaginato durante la sua leadership. Big data, intelligenza artificiale, generazione Z, sostenibilità aziendale e ambientale, politica internazionale rappresentano un ordine di complessità di livello incommensurabilmente superiore rispetto a quanto affrontato dai loro predecessori.
In realtà però la novità assoluta nello scenario aziendale è il trend dell’imprenditorialità. Alla fine il manager, o, come meglio si direbbe in inglese, l’executive, fino a poco tempo fa doveva fondamentalmente «gestire» ed «eseguire», ovvero seguire etimologicamente il significato delle due parole inglesi che lo definiscono. Oggi, invece, il manager deve saper innovare. Il Ceo sta cioè diventando sempre più consapevole che l’impresa sta tornando al punto zero della rivoluzione industriale del secolo scorso e finalmente volge la sua attenzione all’indole primordiale dell’impresa: quella di creare valore in ottica organica, ovvero sviluppando internamente ed ex novo nuovi business.

Questo avviene dopo anni di consolidamento e burocratizzazione fordista, alimentatati da una spinta globale positiva che fino a poco tempo fa sembrava irreversibile e che ha fatto dimenticare che in fondo la nascita di un’azienda e la ragione del suo essere presente nel mercato è frutto di quella combinazione schumpeteriana che permette di coprire un vuoto di offerta con un prodotto o servizio tecnologicamente ed economicamente producibile e vendibile.
Ecco allora che il compito del moderno Ceo sembrerebbe più da supereroe, che da manager. La sensazione, difatti, confermata dagli stili emergenti di alcuni leader aziendali di successo dei più disparati settori, è che ci troviamo di fronte non solo a un cambio di passo della figura del Ceo, ma anche a un cambio di paradigma, che senza nulla togliere alle scienze naturali è copernicano nel senso letterale del termine.
 
C’era una volta il manager-militare
In passato l’azienda ruotava, tutta, attorno alla figura del Ceo e al suo gruppo dirigente. L’executive era la terra, così come concepita dall’Inquisizione: centro dell’universo attorno cui tutti i pianeti incluso il sole ruotavano. Il Ceo e la sua squadra erano il centro dell’universo azienda. Era una squadra tecnica e gerarchica, amante della gestione verticale e del controllo decisionale. De facto, il Ceo era un leader poco democratico, attorniato da generali che gestivano silos tecnici e separati e in cui la quadra dell’informazione avveniva solo nella stanza dei bottoni. L’accesso all’informazione era limitato e l’opacità informativa era correlata al potere aziendale: «L’informazione è potere» direbbe Edgar Hoover. Non a caso i riferimenti teorici traevano spunto dai manuali di strategia militare. La sperimentazione era relegata a una funzione aziendale, la ricerca e sviluppo, che salvo rari casi, relativi prevalentemente a settori tecnologici, era percepita come un costo necessario più che un’opportunità di creazione di valore. Il cliente era visto come una scatola psico-sociale misteriosa, che si cercava di comprendere con costose ricerche di mercato e di sedurre con costosi stratagemmi pubblicitari veicolati tramite un sistema mediatico elementare basato su un numero limitato di giornali e pochi canali televisivi.
Tutto ciò portava a una costruzione di organigrammi tanto articolati quanto complessi da comprendere fino in fondo dal punto di vista della funzionalità. Questa gerarchia complessa dava potere al Ceo, che rappresentava il polo attrattivo del sistema aziendale. A conferma di quanto asserito le business school, che erano state storicamente gemmate da economisti e consulenti, a partire dalla fine degli anni 80 per studiare le aziende e trovare una logica del loro funzionamento, che sembrava sempre meno razionale nel senso economico del termine, cominciarono ad assoldare coorti di psicologi e sociologi per fornire spiegazioni plausibili alternative.
Oggi invece le aziende si stanno semplificando dal punto di vista organizzativo per affrontare la complessità crescente dei mercati. Grazie all’accesso dei dati hanno la possibilità di sviluppare innovazioni con continuità per soddisfare con nuovi servizi bisogni sempre più personalizzati di consumatori multitasking e iper-informati. L’integrazione delle competenze necessarie per fare le innovazioni e la velocità con cui devono essere prodotte è davvero singolare. I livelli gerarchici si riducono e l’integrazione dei processi diventa una necessità.
 
La rivoluzione copernicana
Il Ceo deve far proprio questo nuovo contesto. È fondamentale lavorare di squadra, non nel senso retorico dell’espressione e nel senso limitato al gruppo dirigenziale, ma nel senso concreto di motivare ogni singolo membro dell’organizzazione. Si tratta di prendere velocemente decisioni che aiutino a identificare costantemente nuovi percorsi di crescita in un mondo che venda la crescita a caro prezzo, cioè solo quando un mercato perfettamente competitivo dal punto di vista dell’informazione ne è veramente convinto. Ciò implica saper negoziare il rischio e le risorse finanziarie necessarie per affrontare adeguatamente la nuova complessità. 
In sostanza, il Ceo supereroe è figlio della rivoluzione copernicana dell’azienda. È un manager che ruota, correndo, attorno al business model aziendale: il sistema solare che è divenuto il vero centro dell’universo. Per farlo, deve saper innovare e deve saper stimolare la cultura dell’innovazione all’interno dell’impresa, il vero nemico da combattere. In esso deve credere e deve saperlo narrare con passione e convinzione.
 
È l’ora dell’entrepreneurial executive
Il supereroe che dominerà la scena è un manager schumpeteriano, un entrepreneurial executive più simile all’Henry Ford di 100 anni fa che «voleva mettere una macchina in ogni garage delle famiglie americane», che alla lunga si è arreso al Ford che nei decenni successivi ha costruito la burocrazia organizzativa dell’azienda fordista che puntava a dominare i mercati mondiali. Un compito decisamente non semplice, ma che darà soddisfazioni agli stakeholder che li sapranno sostenere oltre che a quegli uomini e donne che sapranno vestire i panni del supereroe e a interpretarne a pieno il ruolo.

Per approfondire
Non è più questione di famiglia
L’influenza politica dei Ceo
Infrangere la regola del primogenito
Quella relazione tra stipendio e valore
 

 

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