OPINIONI |

Chi cura si ammala e la sanita' ne soffre

NEL SETTORE SONO MOLTO DIFFUSE LE MALATTIE PROFESSIONALI E LE INIDONEITÀ AL RUOLO TRA IL PERSONALE CHE INVECCHIA

di Carlo De Pietro, ricercatore del Cergas Bocconi, il Centro di ricerca sulla gestione dell'assistenza sanitaria e sociale della Bocconi

Potrebbe sembrare un paradosso: chi cura si ammala. È quanto sostengono molti infermieri, medici e operatori degli ospedali o delle case per anziani. Il lavoro sanitario e assistenziale somma infatti diversi elementi che, insieme, possono spesso portare a stress e malattie professionali.

Carlo De Pietro

Da un lato molte attività sono organizzate sulle ventiquattr’ore e richiedono un lavoro su turni anche notturni. Dall’altro, sotto il profilo dei contenuti, chi lavora in sanità e nelle attività socio-assistenziali lo fa, sempre più spesso, non per curare e riabilitare, quanto per assistere condizioni di malattia cronica, debilitante, spesso fino all’accompagnamento alla morte. Qui l’ambiente di lavoro e la relazione psicologica con i malati possono essere fonte di stress, fino a provocare burnout, con l’operatore incapace di gestire e scaricare lo stress accumulato e che finisce per bruciarsi.

Tali considerazioni diventano ancora più rilevanti quando si considerino le conseguenze per la qualità delle attività di cura e di assistenza. Senza citare quelle condizioni di burnout in cui l’operatore, anche per proteggersi, sviluppa atteggiamenti di cinismo nei confronti delle attività che svolge, è facile intuire che l’efficacia e la qualità dei servizi sanitari e socio-assistenziali è strettamente legata all’organizzazione del lavoro e alla motivazione degli operatori. E difatti le ricerche degli ultimi venti anni confermano che in contesti in cui ci sono più operatori, meglio organizzati, formati e meglio motivati, si sbaglia meno, i tassi di mortalità dei pazienti si riducono, i ricoveri ripetuti in ospedale diminuiscono, la soddisfazione degli anziani nelle case di riposo aumenta.

A complicare un quadro già problematico si aggiungono i probabili effetti del veloce invecchiamento in atto degli organici nelle aziende sanitarie e socio-assistenziali. Infatti tanto più gli operatori invecchiano, tanto più sale la probabilità che con gli anni sviluppino malattie professionali o altre condizioni di salute che ne limitano le funzioni lavorative. Questo legame, approfondito in un capitolo del Rapporto Oasi 2013 del Cergas Bocconi, rende urgente una riflessione multidisciplinare sul fenomeno e specifiche misure di management, anche per evitare che il dibattito scientifico e pubblico sia dominato dalle convenienze economiche degli attori coinvolti e dalle rivendicazioni delle parti sociali (è ovvio che i sindacati dei lavoratori chiedano che il lavoro infermieristico sia riconosciuto come usurante, così da beneficiare di pensionamento anticipato e riduzione dell’orario di lavoro, a parità di stipendio, per chi lavora su turni notturni).

Il management può sviluppare, usando una metafora sanitaria, politiche e azioni di prevenzione primaria, secondaria e terziaria. Per prevenzione primaria intendiamo la maggiore coscienza delle aziende nei confronti di tali dinamiche, la migliore conoscenza del fenomeno, l’attenzione alle condizioni logistico-lavorative, la promozione di processi di mobilità interna, l’adozione di soluzioni tecniche (ad esempio di sollevatori per aiutare gli operatori nelle medicazioni ai pazienti allettati). Per prevenzione secondaria intendiamo la diagnosi precoce dei problemi, così da ridurne la diffusione e la gravità. Infine, serve una prevenzione terziaria che riduca le conseguenze negative che l’usura dei lavoratori può comportare, valorizzandone al meglio le competenze residue.

 

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