OPINIONI |

A chi serve il brevetto nel cassetto

QUASI METÀ DELLE INVENZIONI REGISTRATE NON VEDONO LA LUCE. PER LEGARE LE MANI AI RIVALI O PER FAR CONTENTI GLI SCIENZIATI

di Alfonso Gambardella, ordinario di economia e gestione delle imprese, e' dean della Scuola di PhD della Bocconi

Negli ultimi anni è aumentato il numero di brevetti. Se, da un lato, ciò segnala un aumento delle innovazioni, dall’altro lato, sono aumentati i brevetti non utilizzati. Uno Staff working document (Swd) della Commissione europea (Towards enhanced patent valorisation for growth and jobs, Swd 458, 21.12.12) stima che la percentuale di brevetti non utilizzati vari dal 10% al 40-50%. Alcuni di questi brevetti svolgono una funzione strategica: le imprese brevettano per impedire ad altri di usare l’invenzione e di entrare in concorrenza con i propri prodotti. Altri sono invece brevetti “dormienti”, ovvero non utilizzati né per ragioni commerciali, né strategiche. Sono idee o invenzioni che l’impresa brevetta per motivare i propri inventori; o perché ritengono di poterle utilizzare in futuro; o perché hanno una divisione interna preposta alla brevettazione che si preoccupa di brevettare le idee prima di capire se verranno utilizzate; o infine sono brevetti che l’impresa non usa perché ha altre invenzioni che servono meglio il mercato. I brevetti “strategici” sono un fenomeno socialmente indesiderabile perché limitano la concorrenza. I brevetti “dormienti” sono un serbatoio di invenzioni non utilizzate.

Alfonso Gambardella

Una nostra ricerca presso il Crios Bocconi (Center for research on innovation, organization and strategy), basata su una survey di alcune migliaia di inventori europei (InnoSt), mostra che le imprese con oltre 250 o 500 addetti non usano quasi la metà dei loro brevetti, mentre per le imprese con meno di 250 addetti questa percentuale scende al 30% circa. Inoltre, la nostra ricerca trova che metà dei brevetti inutilizzati sono strategici e l’altra metà sono dormienti. Le grandi imprese, che hanno volumi maggiori di brevetti delle piccole-medie imprese, sono perciò la fonte più importante di brevetti non utilizzati e potenzialmente utilizzabili. 

Il mancato uso dei brevetti è un fenomeno fisiologico. Innovare significa sperimentare, e perciò alcune invenzioni possono dimostrarsi di scarso interesse commerciale. Un tasso di utilizzo dei brevetti del 100% sarebbe velleitario e probabilmente deleterio perché vuol dire che non si sperimenta abbastanza.

Inoltre, ci sono altri aspetti fisiologici. Le grandi imprese hanno diversi prodotti ed è più probabile che un’innovazione cannibalizzi altri prodotti dell’impresa. Dunque, una pmi che produce un’innovazione ha maggiori incentivi a metterla sul mercato. Inoltre, le grandi imprese hanno quote maggiori di mercato e dunque rischiano di più a licenziare le proprie tecnologie, anche quelle inutilizzate, perché hanno più da temere dal fatto di creare concorrenti potenziali nel mercato dei prodotti.

Il documento della Commissione europea suggerisce che una soluzione per aumentare il tasso di utilizzo dei brevetti è di promuovere mercati della tecnologia dove i brevetti possano essere comprati e venduti. Questi mercati oggi esistono e in effetti gli scambi di tecnologia sono aumentati. Tuttavia, l’offerta di tecnologie viene soprattutto da imprese di piccola e media dimensione. Le grandi imprese sono organizzazioni ancora molto incentrate sulla produzione e la vendita dei prodotti. Alcune di queste aziende hanno capito il potenziale di ritorni economici legati alla vendita delle tecnologie. Finché però questi nuovi modelli strategici non cominciano a permeare un numero maggiore di grandi imprese, i mercati della tecnologia rimarranno di nicchia e il tasso d’uso dei brevetti rimarrà limitato. Anche così rinunciamo probabilmente a un pezzo di crescita.

 

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