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Dal farmaco un'iniezione all'economia italiana

I PROSSIMI ANNI SARANNO DECISIVI PER L'INDUSTRIA FARMACEUTICA MONDIALE. L'ACCRESCIUTA SPECIALIZZAZIONE AUMENTA GLI SPAZI PER LE IMPRESE DI MEDIE DIMENSIONI. QUELLE CHE RAGGIUNGERANNO I 2 MILIARDI POTRANNO GIOCARSELA CON I GRANDI GRUPPI INTERNAZIONALI

I prossimi anni saranno un momento di svolta per l’industria farmaceutica di tutto il mondo: in una fase già di profonda trasformazione strutturale, scadranno infatti i brevetti di farmaci che pesano per 137 miliardi di dollari di fatturato annuo (il 19% di quello totale) e l’incidenza sul fatturato dei farmaci non coperti da brevetto raddoppierà, dall’attuale 40% all’80% del mercato totale.

Un nuovo quadro che coinvolgerà anche l’Italia chiamata a sostenere la competitività delle imprese a capitale italiano sui mercati internazionali e a continuare ad essere attrattiva per gli investimenti delle imprese a capitale estero.

L’analisi condotta da Enter Bocconi, il Centro di ricerca imprenditorialità e imprenditori, con il contributo di Farmindustria (Il settore farmaceutico italiano nel panorama internazionale: trend in atto e strategie di impresa, a cura di Guido Corbetta, Mario Minoja e Irene Dagnino) mostra che in paesi come gli Stati Uniti la produttività dell’innovazione compensa le perdite derivanti dalla scadenza dei brevetti, in Italia ancora no. A fronte della perdita di circa il 50% delle vendite (in valore) di un farmaco dopo la scadenza del brevetto, il contributo dei farmaci appena introdotti sul mercato è ancora troppo basso.

In un settore che, fino a pochi anni fa, sembrava andare verso una concentrazione in grandi gruppi internazionali, si stanno creando spazi interessanti per le imprese di medie dimensioni, purché riescano a concentrarsi su singole aree terapeutiche e operino con un raggio d’azione globale. Il livello di soglia che consente di essere competitivi in un’area terapeutica importante, portando avanti almeno 3 o 4 progetti, è di circa 2 miliardi di euro di fatturato. Un’impresa italiana ha già superato tale soglia e un’altra mezza dozzina potrebbero raggiungerla in tempi ragionevoli.

La pipeline di circa 200 progetti in sviluppo (+13,8% rispetto al 2005) degli 11 grandi gruppi a capitale italiano analizzati da Enter segnala una significativa propensione all’attività di ricerca e sviluppo.

Anche le imprese a capitale estero possono ancora svolgere un ruolo fondamentale per il settore farmaceutico nel nostro Paese, ad esempio contribuendo in maniera molto significativa all’export (fino al 90% della produzione realizzata in Italia da impianti di gruppi internazionali viene destinata ai mercati esteri), o continuando a investire nonostante le strategie di riorganizzazione puntino alla riduzione dei siti attivi a livello mondiale.

Data la centralità dell’innovazione nel settore, gli incentivi fiscali alla ricerca e sviluppo potranno risultare, in futuro, ancora più decisivi anche nella strategia di localizzazione degli investimenti da parte delle imprese multinazionali. Ebbene, fatto 100 il valore medio di tali incentivi nei cinque maggiori paesi dell’Unione europea (Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Spagna), l’Italia si assesta a un modesto 58, contro il 210 della Francia.

Il supporto istituzionale al settore è ancora più importante se si pensa al calo relativo di redditività per le imprese farmaceutiche italiane rispetto a quelle del resto d’Europa: nel 1999 le nostre imprese superavano sia quelle spagnole, sia quelle francesi, oggi sono costrette a inseguire e nel 2009, per la prima volta dopo 15 anni, il saldo fra export e import di medicinali è negativo (-566 milioni di euro nei primi dieci mesi dell’anno).



di Fabio Todesco

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