OPINIONI |

Troppo work e poca life

SI È PASSATI DAL BILANCIAMENTO ALL'INTEGRAZIONE, MA CON PREVALENZA DEL LAVORO. E TROPPI SOPPORTANO IN UN RASSEGNATISSIMO SILENZIO

di Beatrice Bauer, docente a contratto in Bocconi e SDA professor di organizzazione e personale

Beatrice Bauer

Grazie a regole sociali e tradizioni, la vita dei nostri nonni era meno problematica della nostra nella gestione della dicotomia privato-lavorativo. Il tema del bilanciamento tra lavoro e vita privata è diventato di interesse sociale solo negli ultimi decenni: le nuove tecnologie hanno modificato gli aspetti temporali e strutturali del lavoro rendendo i tradizionali confini con la vita privata non più netti, ma tali da sostituire la terminologia work life balance con work life integration.

Purtroppo, nell’integrazione ha prevalso il lavoro, che diviene pervasivo se l’individuo o la società non sviluppano reazioni adeguate. Non esistono però facili soluzioni standardizzabili o appaltabili ad altri, qualunque sia la terminologia utilizzata per definire il problema della gestione della nostra vita tra multipli ruoli sociali, esigenze personali e aspettative familiari. Anche il più sprovveduto degli psicologi non si permetterebbe di dettare soluzioni a chi è in difficoltà nella gestione della propria quotidianità, consapevole di come le soluzioni siano soggettive e necessitino di una continua sperimentazione con rapidi aggiustamenti. ll principale problema è l’acquisizione di consapevolezza. Chiunque, a qualsiasi livello operi nel mondo del lavoro, è consapevole che a un incremento dell’impegno professionale corrisponda un aumento dei conflitti familiari, soprattutto se lavorano ambedue i partner.
 
Nonostante le indicazioni della ricerca e delle esperienze individuali, la maggioranza delle aziende non sono ancora aperte a una seria considerazione del problema e a offrire aiuto alle persone per individuare soluzioni accettabili. L’Europa perde circa 200 miliardi di euro all’anno per malattie stress correlate; negli Stati Uniti il costo è di 300 miliardi di dollari. È particolarmente preoccupante l’aumento di malattie mentali da stress cronico e si prevede che nel 2020 la depressione rappresenterà la seconda causa di malattia. Già oggi l’Ue calcola che i costi delle malattie mentali si aggirino sul 2-3% del pil, in particolar modo per la riduzione di produttività. Anche dove esistono policy aziendali adeguate, sono i capi a fare la differenza e se in genere ritengono utili le iniziative aziendali volte a migliorare la work life integration, spesso prediligono collaboratori che non esprimono l’esigenza di approfittarne perché dipendenti dal lavoro e pronti al sacrificio senza limiti.
 
L’investimento di energie nel lavoro non viene valutato in base a un effettivo tangibile vantaggio professionale e aziendale, ma come valore per sé.
Nella psicoterapia di manager il cui investimento nel lavoro ha creato seri problemi familiari o gravi danni alla salute, si osserva una passiva accettazione della propria condizione di stress e frustrazione. La richiesta al medico o allo psicologo non è un aiuto per un concreto cambiamento, ma la ricerca di un farmaco o un intervento esterno che permetta risultati migliori mantenendo invariata la propria esistenza. La rinuncia e la sofferenza nell’ambito personale e familiare sono spesso vissute come sacrifici propiziatori per la propria carriera.
 
Se la consapevolezza rappresenta il primo difficile passo, per difendere il proprio equilibrio serve un quotidiano esercizio di assertività: una discussione aperta e pacata delle proprie esigenze e difficoltà sia in famiglia che sul lavoro. Esistono certamente momenti in cui scegliere di sopportare in silenzio resta l’unica soluzione, ma quando ci accorgiamo che abbiamo esteso questa tattica dal breve periodo a uno stile di vita, dovremmo fermarci e considerare una soluzione più costruttiva.

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