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La rivoluzione egiziana e la mia vita al Cairo

IL PRESENTE E IL FUTURO INCERTI DEL PAESE VISTI DA UN GIORNALISTA ITALIANO

L’Egitto cambia ad alta velocità. I giovani che hanno fatto la rivoluzione non si accontentano del nuovo parlamento: solo dieci donne e sette copti, 235 seggi su 508 per i Fratelli musulmani, una grande affermazione dei salafiti, una manciata di parlamentari per liberali e comunisti. E così gli scontri continuano tra le decine di morti nello stadio di Port Said e intorno al ministero dell’Interno.

Giuseppe Acconcia
L’esercito ha scritto la legge elettorale per favorire movimenti già radicati sul territorio, ha proposto provvedimenti supra-costituzionali per controllare il parlamento. È poi intervenuto solo raramente per placare gli scontri di piazza. Eppure, Tahrir è ancora il simbolo del nuovo Egitto. Le centinaia di morti dei giorni di battaglia spingono molti a proseguire una disperata resistenza extraparlamentare. Gli incendi dei palazzi delle istituzioni, delle collezioni napoleoniche e, prima ancora, i violenti scontri di novembre, da una parte, hanno discreditato gli attivisti. Dall’altra, hanno evidenziato un tentativo di fermare gli esiti della rivoluzione, guidato dall’esercito e facilitato dagli islamisti. Secondo molti, la controrivoluzione è iniziata l’11 febbraio, giorno in cui Mubarak ha rassegnato le dimissioni. Questo clima avrebbe reinnescato gli scontri settari di Embaba, Moqattam e Maspero. Ma non ha cancellato i 18 giorni di piazza Tahrir: i volti, i discorsi, le paure e le idee di giovani, uomini e donne, che hanno creato quasi una “repubblica indipendente” a dispetto di uno dei più potenti sistemi di sicurezza di stato in Medio Oriente.
 
Anche io ero tra quei giovani. La mia vita, come la loro, è cambiata sentendo gli slogan delle proteste e guardando i corpi di attivisti, trascinati a braccia. Sono arrivato in Egitto nel 2009 per lavorare come insegnante di italiano all’Università Americana e all’Istituto italiano di cultura. Il Cairo nasconde luoghi di paradiso in un costante inferno di macchine, taxi, venditori ambulanti, grida e sabbia del deserto. Tra le splendide moschee di via Muaz Eddin-Illah, le strade del centro intorno a via Tala’at Harb, i grattacieli dei ricchi quartieri di Mohandessin e l’isola per stranieri di Zamalek, ricchezza e povertà convivono con estrema contraddizione. Lentamente, affascinato dalle possibilità che una città gigante dà allo straniero, ho conquistato uno spazio nella società egiziana. Ho iniziato a scrivere per i principali media italiani (Il manifesto, Radio2, Rainews), inglesi (The Independent) ed egiziani. Infine, a lavorare come analista politico per il centro studi Al Ahram.
 
Dall’inizio delle rivolte ho incontrato blogger, attivisti, economisti e politici. Hossam el-Hamalawi mi ha raccontato l’apporto “degli operai delle industrie del cotone di Mahalla nelle proteste”. Mentre Alaa Abd el-Fatteh ha chiarito come la violenza sia innescata nelle manifestazioni più cruente. Da una parte, Ahmed Maher mi ha rivelato quanto fosse “difficile organizzare microriunioni in punti diversi della città per evitare gli attacchi della polizia”. Dall’altra, i leader di Libertà e Giustizia hanno sottolineato il loro ruolo nell’“assicurare l’ordine durante le manifestazioni”. In più, il grande poeta Foad Nigm mi ha ricordato quanto incredibile sia stata la rivoluzione che “non sarà tradita come le rivolte del 1919 e del 1952”. Infine, il segretario generale della Lega araba Nabil el-Arabi mi ha ribadito l’intenzione di una distensione delle relazioni dell’Egitto con l’Iran e una posizione più equilibrata nel conflitto israelo-palestinese.
Il racconto continua nel mio libro La primavera egiziana e le rivoluzioni in Medio Oriente (Infinito Edizioni, 2012, pagg. 160). D’altronde, la sentenza al processo Mubarak e le elezioni presidenziali si riveleranno determinanti, per un paese che sta ricostruendo il rapporto stato-società e ridefinendo l’impegno politico nello spazio pubblico.


di Giuseppe Acconcia, giornalista e ricercatore specializzato in Medio Oriente, e' laureato in economia alla Bocconi

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