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L'utente puo' ancora salvarsi dalla memoria elefantiaca dell'era digitale

INTERNET. VIKTOR MAYER-SCHÖNBERGER (INFORMATION AND INNOVATION POLICY RESEARCH CENTRE) E ORESTE POLLICINO (DIPARTIMENTO DI STUDI GIURIDICI DELLA BOCCONI) DISCUTONO DEL DIRITTO ALL'OBLIO AI TEMPI DI GOOGLE E FACEBOOK

Da quando l’informazione viene digitalizzata e custodita in archivi connessi alla rete, la nostra società non riesce più a dimenticare e a garantire la privacy degli individui. I motori di ricerca come Google tengono in memoria le nostre interrogazioni e ogni nostro intervento su un social network lascia una traccia indelebile.

Mayer-Schönberger (a sx) e Oreste Pollicino

Viktor Mayer-Schönberger, studioso austriaco a capo dell’Information and innovation policy research centre alla Lee Kuan Yew school of public management di Singapore, ha dedicato al tema Delete. Il diritto all’oblio nell’era digitale (Egea, 2010, 215 pagine, 19 euro). In occasione del tour di presentazione del volume, ha discusso degli stessi temi con Oreste Pollicino, giurista della Bocconi specializzato nel diritto di internet.

Il processo, concordano i due studiosi, non è irreversibile e l’utente deve recuperare consapevolezza del proprio potere negoziale che non lo costringe ad accettare supinamente l’impostazione scelta dai grandi operatori della rete e da chi elabora e commercial informazioni personali.

L’impossibilità di cancellare il passato sta diventando davvero un problema sociale, o si tratta di fenomeni isolati, per quanto preoccupanti?
 
VIKTOR MAYER-SCHÖNBERGER Nel libro ho preferito concentrarmi su due casi emblematici. Quello di Stacy Snyder, un’aspirante insegnante americana che si è vista negare l’abilitazione, nonostante avesse superato tutti gli esami, per via di una fotografia postata tempo addietro su MySpace,che la ritraeva con un boccale in mano, sopra la didascalia “la piratessa ubriaca”; e quello di Andrew Feldmar, uno psicoterapeuta canadese che, in un articolo scientifico, aveva ammesso di avere fatto uso in gioventù di sostanze stupefacenti. Quando la rivista scientifica ha reso disponibili gli articoli su internet e una guardia frontaliera ha ricercato il suo nome in rete, gli è stato negato per sempre l’accesso negli Stati Uniti. Ma da allora in poi i casi si sono susseguiti, dalla donna inglese licenziata per aver definito “noioso” il suo lavoro su Facebook, alla ragazza americana, con cui ho parlato personalmente, costretta ad abbandonare la propria comunità quando un vicino ha scoperto il suo ritratto e il suo nome in un sito che pubblica quelli di tutti gli ex-detenuti degli Stati Uniti. È una gogna digitale fuori tempo, simile alle punizioni sulla pubblica piazza del Medio Evo. A parte casi come questo, la generazione dei nativi digitali non si rende conto che tutto ciò che si fa in rete non è orale ed effimero, ma scritto e, anzi, scolpito nella roccia.
 
E dunque?
 
MAYER-SCHÖNBERGER E dunque, nello scorso settembre, il presidente Obama, di fronte a un’audience di giovani, ha ammonito di non pubblicare, su Facebook o MySpace, nulla che potrebbe nuocerci se fosse di dominio pubblico tra trent’anni. Ma non è una prospettiva piacevole.
 
ORESTE POLLICINO È impressionante come la digitalizzazione abbia modificato i termini del problema. Il dibattito legale sulla privacy nasce negli Stati Uniti nel 1890 quando un famoso avvocato ha scritto, insieme ad un professore di diritto che sarebbe diventato giudice alla Corte Suprema, un articolo per rivendicare il suo diritto a non vedere pubblicati sulla Boston Gazette i pettegolezzi riguardanti la sua famiglia. Ma allora era tutto più facile: una volta fatto valere il diritto i giornali arretrati non erano sostanzialmente più disponibili e nel giro di poco tempo il caso era chiuso. Oggi sarebbe diverso, perché sarebbe impossibile cancellare del tutto dalla rete quanto pubblicato e anche l’astinenza digitale non è una via davvero praticabile. Sarebbe sì possibile evitare di pubblicare qualsiasi cosa in rete, ma non si potrebbe comunque evitare di essere messi in rete da altri e di perdere il controllo di questa informazione. Questa strategia, insomma, non raggiunge il risultato che si propone, ma non può soddisfare neppure la posizione di chi dice che possiamo solo rassegnarci, da una parte, al “digital self restraint” dall’altra parte, a pretendere che le informazioni sulla nostra vita, se proprio non possono cadere nell’oblio, almeno che siano ricordate correttamente, in modo da non creare pericolose asimmetrie tra l’identità digitale e quella personale.
Come dimostra anche il libro di Mayer-Schönberger, siamo ancora in tempo per fare qualcosa.
 
Ma la tecnologia non ha ormai preso una strada irreversibile?
 
Viktor Mayer-Schönberger
MAYER-SCHÖNBERGER
Le traiettorie tecnologiche non sono mai irreversibili. A differenza di quanto si crede comunemente, le prime biciclette avevano le ruote anteriore e posteriore della stessa dimensione. La marcata sproporzione tra le due, alla quale ci hanno abituati le immagini dei velocipedi, fu un risultato delle preferenze dei consumatori: andavano in bicicletta soprattutto giovani maschi che volevano dare mostra di coraggio e, perciò, sceglievano il design più pericoloso. Quando anche le donne hanno cominciato ad acquistare le biciclette, però, si è tornati alle ruote delle stesse dimensioni in poco tempo. Per quanto riguarda privacy e possibilità di dimenticare, si potrebbe fare lo stesso. Anzi, alcune aziende di software sarebbero pronte a farne una loro caratteristica distintiva. E non si deve pensare che la posizione di Google sia tale da poter ignorare le preferenze dei clienti. La sua dominanza di mercato si basa su radici instabili: i costi di switch a qualsiasi altro motore di ricerca sono pressoché nulli e alcuni blind test dimostrano che i risultati di Google non sono qualitativamente migliori di altri. Tant’è che, negli ultimi tempi, Google ha annunciato di avere accorciato il tempo per il quale tiene le nostre ricerche in memoria.
 
POLLICINO È giusto sottolineare la dimensione individuale del problema e quella del tempo. Nella vita di tutti i giorni ricordiamo meglio gli avvenimenti recenti, mentre quelli passati, dopo un po’, quasi scompaiono dalla nostra mente. Perciò ha senso l’idea di Viktor di assegnare una data di scadenza all’informazione che mettiamo in rete, ma non sono sicuro che sarebbe facilmente praticabile. C’è una dimensione negoziale che espone l’utente, in quanto parte debole, al potere delle imprese. E poi si rischia che la data di scadenza, oltre la quale l’informazione dovrebbe essere cancellata, si trasformi in un’ulteriore invasione della privacy. Mi spiego: sicuramente chi tratta professionalmente l’informazione cercherebbe di capire perché a quella particolare informazione è stata assegnata una certa data di scadenza. In caso di ricerche chiaramente finalizzate a un viaggio, tanto per fare un esempio, riuscirebbe a risalire al periodo per cui lo progettiamo e un intervento volto a salvaguardare la nostra privacy finirebbe per pregiudicarla. Inoltre la proposta dovrebbe tenere conto che anche l’informazione che riguarda un singolo potrebbe avere, in certi casi, anche una rilevanza pubblicistica che va oltre l’interesse del singolo e dunque potrebbe non essere opportuno, in questi casi, lasciare allo stesso, in via esclusiva, la decisione sulla data di scadenza
 
MAYER-SCHÖNBERGER Be’, la mia proposta non vuole risolvere il problema della privacy online, che è davvero enorme, ma ribadire il diritto alla dimenticanza, eliminare la minaccia del ricordo perpetuo. E comunque voglio dare un messaggio di speranza: l’utente non deve sottovalutare il proprio potere negoziale. I servizi online sono redditizi se qualcuno li usa, altrimenti sono costretti a chiudere e i loro manager lo sanno.
 
Ma rimane il problema pratico. Non crede che gli utenti troverebbero qualche scorciatoia per evitare la scocciatura di dover stabilire una data di scadenza per ogni documento?
 
MAYER-SCHÖNBERGER Il futuro della proposta si giocherà sulla sua facilità d’uso, forse se ne dovrebbe occupare Steve Jobs... Penso che si potrebbe semplificare il tutto presentando una scelta tra tre date, una vicinissima, una intermedia e una lontana.
 
Pollicino
POLLICINO
Ma continuiamo a esplorare la proposta. È recente, qui in Italia, il caso Google Video, finito con una condanna per l’azienda che non ha prontamente eliminato un video in cui si mostravano atti di bullismo nei riguardi di un ragazzo disabile. Avrebbe fatto qualche differenza, in questo caso, se i bulli che hanno inserito il video avessero indicato una data di scadenza? La dignità del ragazzo tormentato dai compagni sarebbe stata comunque offesa.
 
MAYER-SCHÖNBERGER Ci sono casi in cui deve essere la legge, e non gli individui, a stabilire che cosa si può o non si può fare. Però si deve decidere preliminarmente e una volta per tutte quali sono queste circostanze. È chiaro che, nel caso di informazioni di utilità pubbliche, la società ha il diritto di ricordare e perciò non potrebbe esserci data di scadenza.
 
 POLLICINO La sentenza dice chiaramente che Google è stata condannata in base alla legge sulla privacy italiana e che avrebbe dovuto dare informazioni più dettagliate agli utenti sui rischi e le responsabilità dell’upload. Tra i due estremi del controllo preventivo e totale e dell’irresponsabilità dell’operatore ci sono molte vie di mezzo, come una celere rimozione del materiale illecito o la previsione di un’adeguata informativa in materia di trattamento dei dati personali e sensibili. Anche se non è davvero esplicita, la sentenza, inoltre, fa pensare, per chi fa l’upload, a un dovere di raccolta del consenso delle terze parti, ovvero le persone riprese nel caso dei video.
 
MAYER-SCHÖNBERGER I cambiamenti di direzione in questo campo, però, sono molto frequenti. Qualche tempo fa, per esempio, Facebook ha deciso che è troppo complicato rintracciare l’origine delle foto caricate sul sito. C’è chi le prende dalla pagina di qualcun altro e così via. Così ha inserito una clausola nelle condizioni di servizio, che prevedeva la cessione alla stessa Facebook dei diritti su ogni foto caricata. Ebbene, di fronte alle vibranti proteste di migliaia di persone non ha solo fatto marcia indietro, ma ha anche stabilito che ogni proposta di cambiamento avanzata da una minoranza significativa degli utenti sarà, da ora in poi, sottoposta a referendum. Il tutto per evitare l’esodo verso altre community e a conferma del potere negoziale detenuto dagli utenti.
 
La paura delle conseguenze future della nostra condotta su internet rischia, però, di eliminare ogni forma di dibattito. Non criticherò più nessuna azienda o parte politica per non vedermi rifiutata una domanda d’assunzione tra dieci anni ...
 
POLLICINO E infatti l’astinenza digitale non è una soluzione. Ad ogni modo è importante stimolare il confronto tra idee contrapposte, ma non è detto che internet ne sia sempre capace. C’è chi, come Cass Sunstein, sostiene che, favorendo l’esposizione continuata a fonti di parte, non farebbe che radicalizzare le posizioni di ciascuno.
 
MAYER-SCHÖNBERGER Il vero problema è la privatizzazione non trasparente di alcune scelte. Oggi sono i grandi operatori a decidere che non si può più dimenticare nulla e che cosa è lecito e che cosa no.
 
POLLICINO Spesso in quest’ambito si rischia di confondere il profilo relativo all’impossibilità tecnica da parte del provider di garantire la privacy degli utenti da quello che ha invece a che fare con la scelta più adeguata del modello di business da parte degli stessi provider che possa effettivamente tutelare tale valore di rango costituzionale. I nuovi provider, inoltre, non possono essere comparati a semplici intermediari: anche se solo in parte sono anche dei content provider, in quanto hanno la possibilità di trattare direttamente il materiale caricato da terzi, e nel regolare le loro azioni lo si deve tenere in conto. Infine, ogni regolamentazione futura dovrà tenere conto delle contrastanti esigenze degli utenti e degli operatori che oggi, invece, sono nettamente privilegiati. Ma ho una domanda da fare a Viktor e riguarda il ruolo della tecnologia in tutto questo. Nel libro, a tratti, mi sembri un po’ scettico sull’utilizzo che ne può fare un utente medio.
 
MAYER-SCHÖNBERGER Eppure, se ben progettate, le tecnologie possono fare molto. L’idea della data di scadenza è una, ma si può pensare anche all’equivalente digitale dell’arrugginimento o del baule in soffitta: si potrebbe fare in modo che le informazioni, se non richiamate per lungo tempo, decadano o finiscano in una sorta di contenitore non connesso alla rete.
 
Curiosa l’immagine così casalinga della soffitta!
 
POLLICINO In tutto quello che ci stiamo dicendo c’è anche una grande rilevanza privata, non solo quella pubblica o sociale. Dalla possibilità di difendere la propria privacy o, nei termini di Viktor, di dimenticare, dipende non solo la qualità del business, ma soprattutto la qualità della vita, possono determinarsi o crollare vere e proprie amicizie. È un terreno delicato.
 
MAYER-SCHÖNBERGER Pensiamo a come Facebook viene usata per recuperare vecchie relazioni, che spesso non si ricorda neppure più come siano finite. Ebbene, alla fine quasi sempre si scopre che è giusto e naturale che siano finite. Se l’essere umano dimentica ci sono sempre buone ragioni.
 
POLLICINO Mi chiedo spesso se sia semanticamente corretto definire “amicizie” i legami sui social network.
 
In fatto di privacy online esistono delle best practice legislative, capaci di tenere conto degli aspetti pubblici e di quelli individuali?
 
POLLICINO Sono problemi recenti e, come sempre, il legislatore interviene tardi e cercando di adeguarsi alla situazione corrente, quando il mercato ha già raggiunto un suo equilibrio, che in questo caso privilegia gli operatori professionali rispetto agli utenti, ma che è difficile da modificare. Un buon punto di partenza sarebbe quello di far capire agli utenti che hanno un certo potere negoziale e che non sono costretti a subire le decisioni altrui. Da qui si potrebbe procedere con una regolazione più adeguata, che dovrebbe comunque essere in prevalenza di livello sovranazionale, a partire dall’adozione di un “bill of rights” per Internet.

 



di Intervista di Fabio Todesco - Foto di Paolo Tonato

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