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Gli anni Novanta e lo scacchiere internazionale

I MINISTERI DEGLI ESTERI TRA IL 94 E IL 2001 DALLE PAROLE DI ANTONIO MARTINO, SUSANNA AGNELLI E LAMBERTO DINI

Il dibattito sulla moneta unica, il trascinarsi della guerra in Bosnia-Erzegovina e l’intervento militare in Kosovo. Come chi li ha preceduti sul palco dell’aula magna Bocconi per il ciclo “I ministri degli Esteri raccontano”, anche Antonio Martino, Lamberto Dini e Susanna Agnelli (che ha affidato la propria testimonianza a un messaggio), hanno avuto parecchio da raccontare sulla loro esperienza al dicastero della Farnesina. L’incontro, moderato dall’ex ambasciatore italiano e attuale presidente dell’Ansa, Boris Biancheri, si è svolto ieri pomeriggio.

Ministro tra il 1994 e 1995 nei pochi mesi del primo governo Berlusconi, Antonio Martino ha esordito ricordando due elementi che contribuirono a condizionare la propria esperienza alla Farnesina. Il primo fu il clima politico italiano all’indomani delle elezioni: “Un clima di caccia alle streghe, sintetizzato dallo slogan‘fascisti al governo’”. Atmosfera che, oltretutto, si rifletteva sui rapporti tra il nostro e gli altri paesi. “Le domande che mi venivano rivolte negli appuntamenti internazionali sembrava che dovessere riguardare solo questo, come alla riunione a Vienna della Conferenza sulla sicurezza e sulla cooperazione in Europa”.

Il secondo punto è stata l’accusa di euroscetticismo rivolta all’ex ministro, dovuta alla sua posizione sulla moneta unica. “Non ero contro l’Europa, l’Europa è stata il mio lavoro per 25 anni. Il mio scetticismo sull’euro derivava dal fatto che non ero convinto che il valore di una moneta che non aveva mai circolato prima si potesse decidere a tavolino. Suggerii quindi che l’euro circolasse parallelamente alle monete nazionali”.

A prendere il posto di Martino al dicastero degli Esteri fu Susanna Agnelli, durante il governo tecnico guidato da Lamberto Dini che traghettò l’Italia verso le elezioni del ’96. Fu un periodo molto intenso, nel quale l’Europa decise il rinvio del varo della moneta unica e lo scacchiere internazionale fu turbato dall’assassinio del premier israeliano Ytzhak Rabin e dal perdurare della guerra nella ex Jugoslavia. La Agnelli, arrivata alla Farnesina forte di una lunga esperienza come sottosegretario agli Esteri, ha ricordato tanto il suo impegno in favore “dell’allargamento a est dell’Unione europea, che giudicai fondamentale per il successo dell’Europa”, tanto i contrasti con il governo americano a proposito del gruppo di paesi europei, il gruppo di contatto, che insieme avrebbe dovuto decidere delle sorti dei paesi balcanici.

La questione della pacificazione dell’area rimane sul tavolo anche quando è lo stesso Lamberto Dini a guidare il ministero degli Esteri. Nei mesi successivi, infatti, lo scontro tornò a infiammarsi in Kosovo, che entrò in conflitto con la Serbia per rivendicare la propria autonomia. Si trattava dunque di decidere l’appoggio alla Nato in un momento in cui i governi di centro-sinistra vivevano del precario appoggio esterno delle ali estreme. “Fu un periodo che segnò un passaggio importante”, ha ricordato Dini, “poiché la leadership post-comunista doveva costruire rapporti con le capitali europee e con gli Stati Uniti. I politici del centro-sinistra accettarono il doppio solco dell’europeismo e dell’atlantismo, mettendo però così a rischio più volte la tenuta del governo. Ci fu un grande dibattito a sinistra in Italia sull’allargamento a est della Nato, cosa che faceva storcere a Mosca, ma il governo rimase fermo e compatto sulla necessità di farlo”. Tuttavia, Dini ha anche sottolineato come, proprio nella vicenda dell’intervento militare contro la Serbia durante la guerra in Kosovo, per il quale l’Italia garantì appoggio con le sue basi aeree, “la vittima più illustre dell’intervento della Nato, che ha agito senza una richiesta da parte dell’Onu, è stata la sovranità nazionale. Se nel Kosovo la guerra è stata ‘giusta’, secondo il principio della responsibility to protect, tuttavia la dottrina dell’ingerenza umanitaria non può rischiare di riproporre nuove egemonie”.

di Andrea Celauro

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