Il carcere e' duro, per le donne di piu'
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Il carcere e' duro, per le donne di piu'

RAPPRESENTANDO UNA MINORANZA DELLA POPOLAZIONE CARCERARIA, LE RISORSE MESSE IN CAMPO PER LORO SONO ESIGUE. AUMENTANDO IL SENSO DI DISTACCO E ABBANDONO. MA C'E' CHI LE AIUTA A GUARDARE AL FUTURO, COME I DOCENTI E GLI STUDENTI COINVOLTI NEL PROGETTO CLINICHE LEGALI DELLA BOCCONI

Se la detenzione in carcere rappresenta, per sua natura, una situazione di fragilità, nel caso della detenzione femminile la fragilità è ancora maggiore. Lo racconta Melissa Miedico, professoressa associata presso il Dipartimento di studi giuridici dell’Università Bocconi e responsabile del progetto cliniche legali dell’Ateneo di via Sarfatti, nell’ambito del quale docenti e studenti del corso di laurea magistrale in Giurisprudenza prestano la loro opera di “supporto e orientamento” in alcuni contesti difficili quali, per esempio, il carcere di Bollate.
Difficili nel loro complesso, per le donne ancora di più.

“Le donne nel carcere di Bollate vivono una situazione di grande sofferenza”, spiega Melissa Miedico, “perché, oltre ai problemi legati alla detenzione in sé, rappresentando meno del 10% della popolazione carceraria sono anche marginalizzate, soprattutto dal punto di vista delle risorse loro offerte. Parlo di opportunità professionalizzanti, oppure corsi di cinema, teatro, lettura. Per loro, essendo tra l’altro non previste attività trattamentali miste, le risorse messe in campo a questi scopi sono molto poche rispetto a quelle offerte ai detenuti uomini”. E il carcere di Bollate, nel panorama carcerario italiano, costituisce comunque un’eccellenza. In più, la detenzione femminile ha spesso ricadute pesanti sul nucleo familiare, essendo proprio le donne a occuparsi con maggiore frequenza di bambini e anziani. E questo genera sensi di colpa. Altra caratteristica della detenzione femminile è che una gran parte delle donne recluse sono straniere. “Molte provengono da ulteriori contesti di fragilità, come, per esempio, la comunità rom, nella quale le donne vanno incontro a una sorta di ‘inesorabile destino’, quello cioè di essere costrette a commettere reati. La loro propensione a delinquere è indotta dal contesto culturale di cui fanno parte. Va anche precisato che quasi sempre si tratta di reati con una bassissima componente di violenza”, continua Miedico, “e la pena alla carcerazione loro inflitta è, a mio parere, spesso spropositata”.

L’attività della clinica, in questa situazione difficile, è di fondamentale importanza e di grande impatto: “Siamo presenti in carcere una volta a settimana nel reparto femminile. Svolgiamo una sorta di mediazione per spiegare le tappe della detenzione e aiutiamo le donne a chiedere i benefici, anche quelli di lungo periodo come l’affidamento in prova. In questo ci coordiniamo con i loro avvocati e con gli educatori del carcere. Il fatto che molte di loro siano straniere aggiunge ulteriore complessità, perché i problemi della detenzione si sommano e si intrecciano con quelli legati al permesso di soggiorno. Noi le supportiamo e le aiutiamo a comprendere tali complessità”, dice ancora Miedico.

Una sorta di finestra sul mondo esterno. Con questa definizione concordano tre degli studenti coinvolti nel progetto, Francesco Mauri, Antonio Maria Traversaro e Aurora Zamagni, tutti iscritti al quarto anno del corso di laurea in Giurisprudenza: “La nostra è anche un’attività di ascolto, non solo consulenza giuridica. Recepiamo le loro istanze, i loro bisogni, e ci adoperiamo per trovare delle soluzioni. Può sembrare poco, ma invece è importantissimo dimostrare che qualcuno si interessa dei loro problemi”, spiega Antonio. Problemi che sono all’apparenza banali, per chi è fuori. Ma assumono tutt’altra dimensione in una realtà deformata e parallela come quella del carcere.

“Penso per esempio al caso delle macchinette che erogano bibite e merendine”, continua Antonio. “In effetti, nella sala in cui le detenute ricevono le visite dei familiari sono assenti, mentre nel reparto maschile c’è addirittura un bar. Questo perché, vista la considerevole inferiorità numerica della popolazione carceraria femminile, i bisogni fanno più fatica ad essere soddisfatti”, interviene Aurora. Piccole cose, o forse no se si vuole che anche dietro le sbarre la vita abbia un senso. In attesa di tornare là fuori. “Lo sportello giuridico è importante perché colma un vuoto”, dice Francesco, “e purtroppo non in tutte le carceri c’è. Comunicare con l’esterno è difficile, ci sono dei limiti stabiliti dai regolamenti. Noi siamo lì anche per questo ed è una grande soddisfazione, un arricchimento, vedere che funziona”.

di Davide Ripamonti

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