Smart working? Sarebbe meglio Flexible
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Smart working? Sarebbe meglio Flexible

E' UNA DELLE PIU' DIROMPENTI INNOVAZIONI IN TEMA DI ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO, SPIEGA ROSSELLA CAPPETTA. MA VA GESTITO E, SOPRATTUTTO, VANNO CAMBIATI I SISTEMI DI VALUTAZIONE

di Camillo Papini

Lo smart working è tra le trasformazioni più dirompenti degli ultimi 20 anni nell’organizzazione del lavoro. Può aprire a una grande opportunità, se si affronta la sfida della riprogettazione organizzativa che comporta: “Lo smart working ha dimostrato di essere un’alternativa al tradizionale lavoro, connesso a luoghi e orari fissi”, sintetizza Rossella Cappetta, professoressa associata di Organizzazione del lavoro, che trova curiosa la definizione in inglese di “smart working”, utilizzata perlopiù dagli italiani, poiché trasmette implicitamente l’aspirazione di qualcosa di socialmente desiderabile.

E questo non va bene? “Il lavoro da remoto può essere un lavoro ‘migliore’, se è progettato come lavoro di qualità, prestando attenzione all’integrità e al senso del risultato che produce, alla varietà e alla discrezionalità delle attività, ma anche alle sue connessioni con gli altri lavori”, precisa la professoressa associata di Organizzazione del lavoro. “In questa sfida di riprogettazione non ci siamo ancora cimentati. Può essere un lavoro migliore se genera valore sociale sia per la persona sia per la comunità e, contestualmente, crea valore economico per l’impresa”. In ultima analisi, il lavoro da remoto “va gestito in modo differente. Per esempio, tenendo conto che chi lavora da casa ha meno visibilità verso colleghi e capi, ha meno occasioni di fare formazione on the job”, chiosa Cappetta. “Bisogna quindi prevedere, tra gli altri, nuovi sistemi di valutazione e percorsi di carriera. Allo stesso modo vanno cambiati i sistemi di monitoraggio tradizionali”.

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