La violenza contro le donne nei conflitti armati
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La violenza contro le donne nei conflitti armati

L'INVASIONE DELL'UCRAINA CI RICORDA ANCORA UNA VOLTA L'URGENZA DI CREARE MECCANISMI DI PROTEZIONE E INCLUSIONE DELLE DONNE NELL'AMBITO DELLE STRATEGIE DI RISPOSTA ALLE CRISI UMANITARIE

di Graziella Romeo (Dipartimento di Studi giuridici)

Il femminismo giuridico ci ha insegnato a riflettere su come costruiamo il soggetto politico e cioè su come pensiamo l’individuo protagonista della sfera pubblica. Chi è, in altri termini, il soggetto ideale che rivendica diritti e costruisce la decisione politica? Ebbene, la riflessione filosofica sulle forme di organizzazione del politico è avvenuta attraverso l’individuazione del soggetto universale maschile, che costruisce la nazione, lo stato e i suoi meccanismi di funzionamento. Le donne, di contro, sono state a lungo “de-politicizzate” ovvero ritenute sostanzialmente irrilevanti nei luoghi e nei momenti di esercizio della decisione sovrana. I processi di democratizzazione e l’estensione del suffragio hanno ricondotto le donne nella comunità politica, benché progressivamente e non senza l’aiuto di meccanismi correttivi della rappresentanza, quali le cosiddette “quota rose”. Eppure, la costituzione della donna come soggetto politico e cioè come figura che occupa, contribuisce, usa, ottiene visibilità e riconoscimento nella società è un fenomeno ancora in corso persino nelle democrazie più mature.

Non si fatica a comprendere, allora, come questa depoliticizzazione pesi particolarmente durante i conflitti armati, come dimostra la realtà storica e giuridica delle donne vittime di violenza sessuale in tempo di guerra. I casi giudiziari di violenza sessuale durante i conflitti armati hanno ampiamente chiarito che gli stupri costituiscono un’arma di guerra, impiegata per degradare e subordinare le donne, punire quelle politicamente attive e, attraverso il loro corpo, umiliare l’uomo-nemico.  

Negli anni recenti, il diritto internazionale dei diritti umani ha riconosciuto un diritto al risarcimento del danno a favore delle donne che hanno subito violenza sessuale durante un conflitto armato. Nel 2019, il Comitato contro la Tortura, che presiede al rispetto dell’omonima Convenzione ONU, ha concluso che la Bosnia Erzegovina ha violato gli art. 1 (proibizione della tortura) e 14 (diritto al risarcimento del danno) della Convenzione per non aver risarcito il danno biologico e morale della vittima di un episodio di violenza sessuale, a opera di un membro dell’esercito di occupazione, durante il conflitto in ex Jugoslavia. Il Comitato sostiene che lo stupro costituisce una forma di tortura e, nel particolare contesto della guerra, un episodio di discriminazione sulla base del genere poiché le donne sono intenzionalmente individuate come vittime con il preciso intento di umiliarle e ridurne la sfera di autodeterminazione, anche politica. La decisione giunge ad oltre venti anni di distanza dai fatti contestati dalla ricorrente e dopo che la Corte costituzionale della Repubblica bosniaca aveva escluso la risarcibilità del danno morale, biologico ed esistenziale in ragione dell’avvenuta prescrizione del crimine.

Questa decisione riflette un dato: la tuttora modesta consapevolezza di talune corti statali circa l’esistenza di una dimensione di genere negli episodi di violenza che caratterizzano i conflitti armati. Il rischio è quello di considerare lo stupro alla stregua di un effetto marginale e inevitabile delle ostilità e non invece come la manifestazione di un intento discriminatorio e oppressivo nei confronti delle donne. Il diritto internazionale dei diritti umani ha, da questo punto di vista, molto da fare.

Non esiste un momento più opportuno dell’attuale per riflettere sull’importanza di denunciare, perseguire e risarcire la violenza sessuale in tempo di guerra. Ce lo ricorda il conflitto attualmente in corso in Ucraina, le notizie di stupri che cominciano a essere riportate dalla stampa internazionale e, da ultimo, la dichiarazione del 4 marzo scorso della Special Rapporteur sulla violenza contro le donne a proposito dell’urgenza di creare meccanismi di protezione e inclusione delle donne nell’ambito delle strategie di risposta alle crisi umanitarie.

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