Smart worker o non smart worker? Non e' questo il problema
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Smart worker o non smart worker? Non e' questo il problema

LA PANDEMIA HA ACCELERATO LA DIFFUSIONE DELLO SMART WORKING, MA PENSANDO AL FUTURO UN ESPERIMENTO DIMOSTRA CHE E' UN ERRORE PENSARE ALLE DUE CATEGORIE DI LAVORATORI COME SEPARATE. SERVE RIPROGETTARE ATTIVITA' E RELAZIONI CONSIDERANDOLE COME UN'UNICA ENTITA'

di Valentina Mele, professore di governance of public services, Universita' Bocconi

Tra gli effetti più visibili della pandemia sulle organizzazioni pubbliche vi è certamente la diffusione senza precedenti dello smart working e delle sue varianti che alcuni utilizzano come sinonimi, tra cui telelavoro, lavoro da casa, lavoro in remoto e lavoro agile.

Nonostante le prime esperienze di lavoro a distanza supportato dalle ICT negli uffici pubblici siano cominciate oltre trent’anni fa, nella maggior parte dei paesi OECD questa innovazione non era mai veramente decollata. Eccetto in alcuni casi, prima della pandemia lo smart working era tipicamente considerato una modalità lavorativa sperimentale, o riservata a gruppi di dipendenti pubblici che incontravano problemi di mobilità per diverse ragioni, oppure uno strumento di welfare che consentisse di bilanciare vita personale e professionale. Sappiamo da diversi studi quali erano le criticità per i telelavoratori, ad esempio il potenziale isolamento che molti di noi hanno poi sperimentato in fase pandemica. Sappiamo anche come i non-telelavoratori percepissero negativamente il fatto di non avere diritto oppure di non avere accesso a modalità di lavoro remoto e come questo portasse a un loro tasso di turnover più elevato e anche a una minor soddisfazione professionale. Non sapevamo molto però degli aspetti relazionali tra telelavoratori e non telelavoratori.

Uno studio condotto insieme a Nicola Bellé e Maria Cucciniello ha individuato con un esperimento che vi era una resistenza marcata da parte dei non-telelavoratori verso i colleghi che svolgevano la propria attività in smart working. La successiva esplorazione ci ha permesso di comprendere le ragioni di questa resistenza, che offrono spunti utili anche in una fase post-emergenziale, quando è possibile immaginare che nella pubblica amministrazione e non solo sarà difficile tornare alla situazione precedente. Per quanto ridimensionato, ci si aspetta che il telelavoro faccia parte del ventaglio di opzioni di un lavoro sempre più modulare che scardina l’unità di tempo e spazio che aveva caratterizzato le organizzazioni burocratiche e le loro modalità di controllo.

Alla luce dei risultati, le ragioni sottostanti alla resistenza verso i telelavoratori non hanno a che vedere tanto con la percezione di ingiustizia organizzativa o ad un aumento di carico di lavoro dovuto all’assenza fisica di alcuni colleghi. Piuttosto, le ragioni principali sono da ricercarsi nell’alterazione delle dinamiche in uno spazio collettivo che include sia chi è in ufficio sia chi lavora in remoto.

Tra le criticità riscontrate che è importante considerare vi è la tensione tra la maggiore flessibilità personale garantita da modalità di lavoro remoto e la flessibilità delle attività dell’ufficio. Si è infatti riscontrato che i processi che non possono essere pianificati in anticipo, come dei casi inaspettati o decisioni che richiedono alti livelli di discrezionalità e improvvisazione, rischiano di essere gestiti in modo meno efficace se non c’è uno scambio informale tra colleghi normalmente facilitato dalla comunicazione de visu. Inoltre l’apprendimento collettivo all’interno di un ufficio o unità organizzativa rischia di essere cristallizzato e di appiattirsi sulla somma delle competenze individuali. Infine anche dal punto di vista della socializzazione, il bilanciamento vita-lavoro può essere alterato non solo a scapito di chi rimane a casa ma anche per coloro che in ufficio non trovano più lo stesso tessuto di scambio umano.

Le implicazioni che si possono trarre includono certamente il fatto di analizzare e progettare attività e relazioni considerando sia chi è in ufficio sia chi è in remoto come un’unica entità invece che come due gruppi separati.

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