Poesia e diritto, ovvero l'arte della parola
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Poesia e diritto, ovvero l'arte della parola

GIOVANNI TUZET, ORDINARIO AL DIPARTIMENTO DI STUDI GIURIDICI, E' ANCHE POETA. IL SUO ULTIMO LIBRO, L'AVVERSARIO, E' STATO PRESENTATO AL RECENTE SALONE DEL LIBRO DI TORINO

“Una poesia nasce da una cosa che vedo, che ascolto, che leggo. E che mi incuriosisce e mi ispira. Ma poi, prima che quello che scrivo diventi definitivo, devono passare alcuni mesi. Il tempo per vedere ciò che mi ha ispirato sotto una luce diversa”.
Giovanni Tuzet, professore ordinario di Filosofia del diritto all’Università Bocconi, è giurista e poeta o forse il contrario. Oppure, meglio ancora, l’ordine non è importante, perché le due discipline hanno aspetti in comune che si intersecano senza mai che l’una abbia il sopravvento sull’altra. “Mi sento di credere all’illusione che un verso possa gettare luce là dove gli argomenti non arrivano. Allora il mio obbiettivo è quello di lasciare aperta, di alimentare una circolarità fra i discorsi, fra la poesia, l’esperienza giuridica, la riflessione filosofica”, dice. Giovanni Tuzet ha cominciato a scrivere versi da giovane, intorno ai 14 anni, “sull’onda delle emozioni e delle passioni adolescenziali”, e non ha mai smesso, anche se la sua vena artistica per lungo tempo si è rivolta verso la musica, come voleva una radicata tradizione di famiglia.

“Negli anni dell’università suonavo il contrabbasso, a un livello che mi impegnava molto, non un semplice hobby. Ma poi, durante il dottorato, che per me significava un periodo a Torino e un altro a Parigi”, continua Tuzet, “ho abbandonato. La letteratura, per uno che deve spostarsi, è molto più pratica”. Ovvero, un taccuino (“perché io ancora scrivo su carta, alcuni poeti di nuova generazione addirittura sul telefonino”) è molto più semplice da portare in giro di un contrabbasso. E poi la poesia ha un pregio enorme: la sintesi. “La poesia dice troppo in pochissimo tempo”, sosteneva Charles Bukowski. E Tuzet è d’accordo, anche se sostituirebbe “troppo” con “tanto”: “Una virtù della poesia è il suo essere essenziale, comunicare molto in poche parole. Ma per capire se veramente stai comunicando qualcosa devi uscire dal guscio e aprirti al confronto, soprattutto frequentare altri poeti, che magari hanno una prospettiva diversa”. Giovanni Tuzet negli anni intorno al 2005 ha frequentato il gruppo di poeti e letterati che hanno dato vita alla rivista Atelier, un’esperienza decisiva nella sua formazione: “I miei primi libri erano orientati verso una scrittura sperimentale, con una grande attenzione al ritmo. Gli altri di Atelier, invece, avevano una visione differente, aspiravano a una maggiore chiarezza, direi alla logica. E questo mi ha portato in una direzione diversa, verso studi di logica e riflessione giuridica, una continua osmosi tra la mia professione di giurista e la poesia. Anche se ci sono evidenti forme di commistione e di influenza reciproca tra le due discipline”.

La poesia, dicevamo prima, ha la capacità di comunicare tanto con pochissime parole, ma quanto è importante capire a chi si sta parlando? “Per me pochissimo”, risponde Tuzet. “Se scrivo un articolo accademico devo avere ben presente il pubblico a cui mi sto rivolgendo. Nella poesia non è così. La poesia pretende di essere universale. Poi ovviamente in un testo ci sono vari livelli di lettura e di comprensione, ma questo è un problema che non mi pongo”. Un altro pregio che ha la poesia è quello dell’importanza che dà a ogni singola parola. E’ così anche in aula per Giovanni Tuzet? “Quando faccio lezione ho la possibilità di modellare il linguaggio e scegliere parole che abbiano anche un valore estetico-letterario”, spiega il docente. “Magari vocaboli desueti, oppure più semplici e diretti. Mi piace vedere le reazioni che suscitano”. Il suo ultimo libro, L’avversario (casa editrice Vydia), è appena stato presentato al Salone del Libro di Torino: “Si tratta di un volume strutturato attorno all’esperienza del conflitto, con l’idea che in molti ambiti della nostra vita capiti di confrontarsi con un avversario. E questo avviene sia in natura sia nella nostra società”.

di Davide Ripamonti

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