La missione della SDA in quel cartellone in via Sarfatti
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La missione della SDA in quel cartellone in via Sarfatti

VITTORIO CODA, UNA DELLE ANIME DELLA SDA NEI SUOI PRIMI 25 ANNI DI VITA, RACCONTA COME NACQUERO LA SCUOLA E IL SUO PRODOTTO PIU' PRESTIGIOSO, L'MBA

“Si era deciso di provare a promuovere il Master anche all’estero e così Claudio Dematté inviò Enrico Valdani in giro per l’Europa, a Bruxelles, a Francoforte, a cercare studenti. Piccolo particolare, il Master era in italiano…”. E la cosa se si vuole inattesa, è che Valdani ci riuscì. Vittorio Coda, che della SDA è stato uno dei fondatori e che l’ha guidata come presidente fino al 1996, svela come: “Davanti alle obiezioni degli stranieri che consideravano l’Italia un paese poco organizzato, incapace persino di governare se stesso, Dematté aveva inventato una risposta molto convincente, che Valdani fece sua: ‘Immaginate allora quanto sono bravi i nostri imprenditori, i nostri dirigenti, che riescono a eccellere in una situazione del genere’…”. Un aneddoto, quello raccontato da Coda, che rende bene cos’era la SDA in quei primi anni.

Un gruppo di giovani docenti animati da grande spirito d’iniziativa e di coraggio. La SDA era nata da pochi anni, sulle ceneri di un corso biennale serale in Economia e direzione d’azienda che esisteva dagli anni 50 e che  Giordano Dell’Amore e  Carlo Masini avevano deciso di sospendere per un anno. “Era un corso molto tradizionale, che trasmetteva l’immagine di una Bocconi ferma, incapace di rinnovarsi, non un credibile interlocutore di manager e imprese. Io e Roberto Ruozi”, dice Coda, “l’abbiamo riprogettato, introducendo lezioni con molta interazione, moderne. E abbiamo ingaggiato una faculty nuova e giovane. Poi Ruozi ne parlò con Dematté, che era tornato dagli Stati Uniti, e dal quel corso… nacque la SDA”. Fu tutto un fiorire di iniziative, di grande successo: “Creammo corsi executive, per un programma serale di economia e gestione delle aziende di credito ricordo i pullmann delle banche che portavano i propri collaboratori a frequentare il corso dopo il lavoro”. In questo clima, l’entusiasmo della SDA contagiò la stessa Bocconi contribuendo a rinnovarne l’immagine. Ma non c’era il tempo di cullarsi sugli allori. Il passo successivo, come per ogni business school che si rispetti, era la creazione di un Mba. “Il nostro riferimento era Harvard, dove Dematté aveva lavorato”, racconta Coda, “e i nostri docenti cominciarono a frequentare corsi internazionali, come l’International Teachers Program, di emanazione harvardiana. Quello che ne scaturì furono docenti capaci di introdurre una didattica interattiva ed efficace, con il ricorso a casi e discussioni. Ma soprattutto”, sottolinea Vittorio Coda, “erano persone che dedicavano tempo non solo ai contenuti dei corsi, ma anche alla progettazione di tutto il processo didattico”. Questo è un concetto che a Coda sta molto a cuore, perché era una vera rivoluzione, una cosa che in Italia nessuno faceva. E che alimentò l’entusiasmo affinché il progetto Mba andasse a compimento e per il quale, ricorda Coda, “l’amministratore delegato Luigi Guatri assunse e finanziò un gruppo di docenti, provenienti da varie aree disciplinari, che lavorasse a tempo pieno al progetto”.

Fu il primo Mba in Italia e, per quanti sforzi si facciano, è difficile comprendere in pieno, ai nostri tempi, il significato di quell’evento. “Chiedere a delle persone che lavoravano di lasciare il proprio impiego per un anno e di riprendere a studiare incontrava molti ostacoli allora”, spiega Coda, “i direttori del personale erano contrari. Per loro, i manager si creavano sul campo. I primi allievi furono davvero coraggiosi…”. Era, in un certo senso, una rivoluzione culturale. Ma dove, se non qui? “Dematté fece appendere al piano terra della sede della SDA, che allora occupava i primi due piani dell’edificio di via Sarfatti, un cartellone con scritto ‘Una scuola di management serve la collettività quando…’ e seguivano una serie di ragioni che completavano il concetto. Ecco”, dice ancora Coda, “noi ci sentivamo in missione, volevamo fortemente che la Bocconi avesse una moderna business school che servisse la collettività, che rendesse un servizio al paese. A distanza di quasi 50 anni da quel cartellone mi sento di dire che quell’obiettivo è stato pienamente centrato”.

di Davide Ripamonti

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