Il credito deteriorato fa svanire quello sano
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Il credito deteriorato fa svanire quello sano

L'AMMONTARE DI NON PERFORMING LOANS DETENUTI DALLE BANCHE EUROPEE VA CONTENUTO E RIDOTTO PERCHE' INDUCE UNA STRETTA CREDITIZIA. SOPRATTUTTO ADESSO CHE LA SITUAZIONE ECONOMICA SI FA DIFFICILE

di Brunella Bruno, ricercatore di Economia degli intermediari finanziari

Uno dei temi più dibattuti degli ultimi anni in ambito bancario è stato quello dei crediti deteriorati, meglio conosciuti come non-performing loans (NPLs). Al centro del dibattito istituzionale è la questione di come smaltire l’enorme mole di NPLs accumulati dalle banche europee a partire dalla crisi finanziaria globale del 2008. Per avere un’idea della portata del fenomeno, a settembre del 2016 lo stock di NPLs nelle grandi banche europee superava i 900 miliardi di euro, pari a oltre il 9% del PIL dell’area dell’euro. Un terzo di questo ammontare era detenuto dalle banche italiane. La pandemia e la recessione economica che ne è conseguita ha reso il problema ancora più urgente, dal momento che operatori e autorità di controllo si attendono un aumento dei volumi di prestiti problematici nei prossimi mesi.
L’entità del fenomeno, attuale e prospettico, ha reso una questione di natura tipicamente micro-economica (gestire il rischio di credito è, per così dire, nel DNA di ciascuna banca) rilevante in una prospettiva macro-economica. In altre parole, ciò che ha preoccupato le autorità centrali europee (organi legislativi e di supervisione bancaria) sono state le potenziali esternalità negative di un eccesso di NPLs, in primis la minaccia alla capacità delle banche di erogare credito all’economia. Questo timore ha dato luogo a una serie di misure di diverso tipo rivolte sia a “smaltire” i crediti deteriorati già presenti nel bilancio delle banche, sia a ridurre l’accumulo di nuovi NPLs. Gli esiti sono stati sinora incoraggianti, dal momento che lo stock di NPLs, a giugno 2019, si è ridotto a meno di 600 miliardi di euro. Tuttavia, le previsioni per il prossimo futuro, segnato dagli esiti dalle restrizioni imposte dal Covid-19, hanno reso il quadro decisamente più fosco.  
Nonostante il numero considerevole di studi istituzionali sul tema del deterioramento della qualità del credito e dei suoi effetti non è ancora chiaro se davvero esista una relazione causale (e dunque non solo una semplice correlazione) tra NPLs e offerta del credito. Fino a che punto, cioè, un aumento dei prestiti deteriorati è causa di una riduzione di credito? Per esempio, alcuni sostengono che solo le banche più deboli (quelle meno capitalizzate o quelle meno redditizie) contrarrebbero il credito in presenza di un portafoglio prestiti di cattiva qualità. E se invece maggiori NPLs favorissero un aumento del credito, per quanto nella modalità perversa dello zombie lending? Quest’eventualità contempla che alcune banche (ancora una volta, quelle più fragili) possano reagire a maggiori NPLs aumentando l’offerta di credito a imprese poco redditizie e molto indebitate, nella prospettiva di mantenerle in vita al fine di evitare ulteriori erosioni del proprio patrimonio.
Il mio lavoro con Immacolata Marino contribuisce al dibattito in tema di NPLs provando a dare una risposta a questi interrogativi. A tal fine, confrontiamo la reazione di una campione di banche che hanno avuto un aumento improvviso di NPLs con il comportamento di un campione di controllo, costituito da banche il più simile possibile a quelle appartenenti al primo gruppo. L’aumento improvviso di NPLs nel primo gruppo rispetto al secondo è derivato dall’applicazione di un criterio più stringente di classificazione dei prestiti deteriorati e a uno scrutinio più severo che la Banca centrale europea ha imposto, nel 2014, solo nei confronti di un centinaio di banche europee (precisamente quelle che, a fine 2014, sarebbero per la prima volta state assoggettate al meccanismo di supervisione unico). Il nostro principale risultato è che, rispetto al campione di controllo, l’aumento improvviso di NPLs ha indotto le banche “trattate” a ridurre la dimensione del proprio bilancio a svantaggio del portafoglio prestiti. La riduzione è stata più marcata per le banche che appartenevano a paesi contraddistinti da livelli mediamente più elevati di crediti deteriorati (e ciò indipendentemente da “fattori paese” come l’andamento del ciclo economico o della domanda aggregata di credito), soprattutto se meno capitalizzate e meno redditizie.

Alla luce dei nostri risultati, per il futuro ci aspettiamo che il prevedibile aumento dei flussi di nuove sofferenze indotto dalla difficile situazione economica possa tradursi in una stretta creditizia. Stretta che dovrebbe tuttavia essere contenuta per banche più solide (più capitalizzate) o per quelle che siano nel frattempo riuscite ad accantonare riserve a copertura delle (probabili) maggiori perdite su crediti.

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