Bocconiani per scelta
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Bocconiani per scelta

FRANCESCO BILLARI, PROFESSORE DI DEMOGRAFIA E PRORETTORE ALLA FACULTY DELL'UNIVERSITA', SPIEGA A 'VIASARFATTI25' COME CONVINCE I NUOVI DOCENTI A SCEGLIERE LA BOCCONI, PARTENDO DALLA SUA ESPERIENZA

“Vogliamo attirare persone che, pur avendo delle alternative, scelgano la Bocconi. Non vogliamo farci accettare passivamente, vogliamo farci preferire”. Mentre lo dice, Francesco Billari, sociologo e professore di demografia, non pensa solo agli studenti ma anche ai docenti che, in qualità di prorettore alla faculty recluta e seleziona per l’ateneo. Lui per primo, d’altra parte, scelse proprio l’ateneo di via Sarfatti per il suo esordio da studente nel 1989.

Che Bocconi era quella di allora? Tra tutto quello che è cambiato che cosa è rimasto immutato?
Era una Bocconi ambita anche allora, ma completamente italiana, anzi, nella quale la quota di lombardi e di milanesi era importante. Era un'eccellenza molto specializzata e che doveva soprattutto formare manager per l’Italia. C’era già però una grande ambizione ad eccellere, e questo è un aspetto che è rimasto. Non è così scontato. Frequentando negli anni altre istituzioni storiche, mi sono reso conto che la spinta e l’orgoglio dettati da questo DNA, che è proprio del fondatore, qui ha saputo confermarsi e rinnovarsi nel tempo.

In quegli anni la specializzazione largamente prevalente era quella in economia aziendale; lei scelse invece economia politica e poi statistica. Quale intuizione la spinse in questa direzione?
In realtà ero entrato in università col sogno di lavorare in un'organizzazione internazionale. Poi ho incontrato la statistica e ho visto nella potenza dei dati una grande opportunità per cambiare il mondo. I dati sono una forma di conoscenza radicale ed estremamente efficace per svelare i problemi o descrivere i fenomeni. Si può fare anche con la letteratura o con l'arte, ma a me piace farlo con i numeri, conservando una parte creativa che è quella che ancora oggi mi appassiona. Nella demografia, in più, ho l’opportunità di unire ai dati l’interesse per il mondo perché si studiano le culture, le nascite, le morti, le migrazioni…

È vero che tra gli studenti lei si guadagnò presto il titolo di “volto umano” della statistica?
È una definizione che in realtà mi diede il professor Cifarelli, luminare di statistica e direttore dell’Istituto di Metodi Quantitativi, durante i miei primi passi da docente. L’esame di statistica era allora considerato il classico dente da togliersi durante il corso di studi: un male inevitabile ma inutile. Oggi non credo che più nessuno la pensi così; tutti devono sapere lavorare sui dati e chi analizza la società attraverso i dati è sempre più centrale nel sistema economico e sociale.

Dopo l’esperienza a Oxford è rientrato in Bocconi nel 2017 anche per ricoprire l’incarico di prorettore alla faculty, un ruolo che prevede anche la gestione del personale docente. Come interpreta questo ruolo?
Mi sento un professore prestato al servizio istituzionale e in questo ritengo che essere un accademico credibile sia fondamentale per essere accettato in questo ruolo. L’altro aspetto importante è che si tratta di un incarico a tempo: esaurito il mio mandato tornerò ad essere un docente e sarò io ad essere valutato. Resta però un compito delicato perché qui da noi ogni tre anni i tanti colleghi brillanti e competenti che abbiamo devono mettersi in gioco e sottoporsi a un processo di valutazione. E poi c'è l'altro aspetto dell’incarico: vincere la sfida per attirare i migliori ricercatori e docenti dall'estero.

Come avviene la valutazione di un docente? La didattica “pesa” quanto la ricerca? E il parere degli studenti entra nel merito?
Noi suddividiamo la valutazione in tre voci: ricerca, didattica e servizio. Per un docente in Bocconi è fondamentale eccellere nelle prime due: essere un ottimo ricercatore è indispensabile ma qui i professori non si faranno mai sostituire in aula. In più valutiamo anche il servizio, cioè quanto un docente si è messo a disposizione dell'università nei ruoli amministrativi. Quanto al giudizio degli studenti conta anche quello, naturalmente dev’essere però ponderato rispetto alla difficoltà di un corso, alla sua obbligatorietà e ad altri fattori.

Qual è lo stato di salute del mercato del lavoro per i docenti universitari?
Per i ricercatori che hanno un mercato internazionale e che sono disposti a spostarsi ci sono molte opportunità; il settore è molto dinamico ed emergono sempre nuove istituzioni in paesi che fino a qualche anno fa non erano attrattivi e invece oggi sono destinazioni ambite. Questo rappresenta per noi una sfida perché non è semplice attrarre qui i talenti o trattenere quelli che sono ambiti dalla concorrenza. Nelle università pubbliche italiane spesso i vincoli di bilancio o la ripartizione delle risorse tra i dipartimenti limita molto questa possibilità, in Bocconi siamo più fortunati perché siamo indipendenti e oltretutto possiamo offrire remunerazioni che competono con quelle dei migliori atenei internazionali.

Che cosa dice come ultima cosa per convincere un docente a scegliere la Bocconi?
Innanzitutto racconto la mia storia personale: ero ad Oxford ma ho scelto di tornare qui per ritrovare alcuni aspetti unici, come la costante ambizione a migliorarsi, l’apertura all’innovazione e la possibilità che è data a ciascuno di fare la differenza. E poi la Bocconi è un po' come Milano, ha due radici perché sa cogliere il meglio da due mondi, quello internazionale europeo e quello Mediterraneo. E questa è una caratteristica che non ha nessun altro al mondo.
 
Box biografico
Milanese, 49 anni, Francesco Billari è docente di Demografia e dal 2017 prorettore (Dean) alla faculty. La sua storia in Bocconi comincia da studente e prosegue da giovane assistente di statistica e demografia negli anni Novanta. “Ho lasciato l’ateneo per svolgere il dottorato a Padova e poi per andare in Germania, a Rostock, in una nuova sede dell’Istituto Max Planck dedicata proprio alla demografia. Qui ai giovani studiosi era già affidata la responsabilità di coordinare piccoli gruppi di ricerca, una cosa impensabile in Italia allora”. Nel 2002 il primo rientro in Bocconi come professore associato, al quale sono seguiti dieci anni di docenza e la fondazione del centro "Carlo F. Dondena" per la Ricerca sulle Dinamiche Sociali e Politiche Pubbliche. Nel 2012 una nuova partenza, questa volta destinazione Oxford. “Era un'occasione alla quale non si poteva dire di no e che comprendeva, oltre alla docenza, anche il ruolo di direttore del dipartimento di sociologia. Un’esperienza totalizzante nella quale mi ha seguito tutta la famiglia, moglie e cinque figli che all’epoca avevano dai 3 ai 14 anni. Erano tutti entusiasti della nuova avventura, anzi, a dirla tutta hanno protestato di più nel 2017, quando abbiamo deciso di rientrare a Milano, tanto che un paio di loro sono voluti rimanere in Inghilterra per finire le scuole superiori o l’università”.

di Emanuele Elli

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