La soluzione e' nei dettagli
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La soluzione e' nei dettagli

IL COVID19 SIAMO NOI, LA SUA FORZA E' NEI NOSTRI COMPORTAMENTI, LA SUA POSSIBILITA' DI DIFFONDERSI DIPENDE DALLE MOLTEPLICI VARIABILI CHE CARATTERIZZANO LE NOSTRE CITTA'. PER QUESTO, NON SOLO E' DIFFICILE FARE PREVISIONI SEMPLICISTICHE, MA E' NECESSARIO ADOTTARE UN APPROCCIO MULTIDISCIPLINARE, RACCONTA LA DIRETTRICE DEL ONE HEALTH CENTER DELLA FLORIDA E MEMBRO DELLO IAC BOCCONI, ILARIA CAPUA

Virologi e scienziati a parte, il modo in cui abbiamo affrontato il Covid-19 in questi mesi è esempio di un errore di fondo che come esseri umani tendiamo a reiterare: semplificare i problemi complessi. Tendiamo a considerare in un sistema binario, zero o uno, situazioni che differiscono per le mille sfumature. Come voler rappresentare un tramonto con due soli colori. “Il Covid-19 è un sistema complesso e come tale va trattato. Urla a squarciagola il bisogno di multidisciplinarietà”, spiega la scienziata Ilaria Capua, direttrice del One Health Center of Excellence dell’Università della Florida, membro dell’International Advisory Council della Bocconi (al lavoro insieme al Cergas Bocconi su uno studio che intende analizzare i reali tassi di mortalità del virus) e autrice per i tipi di Egea del volume Salute circolare. Una rivoluzione necessaria.

Partiamo da Salute circolare. Proprio in questo volume, riprendendo le ipotesi sull’origine del virus che ha prodotto il Covid-19, scrive che abbiamo creato l’ambiente perfetto perché certi patogeni pandemici come questo trovino origine e sostentamento in seno a certe popolazioni ospite.

Noi siamo parte integrante della natura, siamo dentro un acquario insieme a piante e animali. Ciò che Covid-19 ha mostrato è che il sistema organizzativo degli esseri umani non è abbastanza flessibile per ospitare un virus del genere. Quindi il Covid è un grandissimo campanello d’allarme perché ci dice che non siamo in grado di gestire un imprevisto di questo tipo. È la prova provata che questa emergenza va affrontata con occhiali, punti di vista, diversi perché le città sono colpite in maniera diversa. Il virus fa il virus, è tutto ciò che c’è intorno che fa la differenza.

Dobbiamo guardare con lenti diverse anche il nostro posto nell’ecosistema?

Assolutamente. Dobbiamo smetterla di comportarci da invasori e comportarci da guardiani. Al plurale, perché ognuno deve fare il suo pezzettino per affrontare il dopo pandemia.

Durante l’emergenza è emersa anche una certa creatività nell’affrontarla, come gli ingegneri che hanno trasformato una maschera subacquea in respiratore. Quanto è importante pensare out-of-the-box?

Sono dell’idea che ogni istituzione dovrebbe avere una sorta di ‘Out-of-the-box-office’, un ufficio in cui vi sono persone che non appartengono a quell’ambiente, ma che fanno da sponda continuamente a quell’ambiente. Ognuno di noi, per rispondere al Covid, deve trovare nuove strade, non dobbiamo sprecare questa crisi, dobbiamo usarla per migliorare.

Qual è la lezione più importante del Covid?

La nostra fragilità e la fragilità della nostra salute. Diamo per scontate cose che non lo sono affatto e il virus ci ha riportato alla nostra debolezza terrena. Ci ha dato un grande schiaffo e ci ha fatto capire che non abbiamo clausole di salvaguardia. Così come per l’ambiente si dice che ‘There is no Planet B’, così dobbiamo capire che ‘There is no Plan B’ neanche rispetto al virus.

Quali sono i paesi che hanno gestito meglio l’emergenza?

Nessuno era preparato. Se la sono cavata meglio alcuni paesi molto piccoli o molto organizzati, come certi paesi Nord-europei e la Nuova Zelanda. Il Covid è un sistema multifattoriale: contano la mobilità delle persone, la loro età, la politica sanitaria del paese, l’inquinamento. Ogni paese è una realtà diversa, perciò fare classifiche su chi ha fatto meglio è pura follia. Abbiamo tutti sbagliato, non è che qualcuno abbia fatto benissimo. Dobbiamo solo imparare dalla nostra esperienza, nel bene e nel male.

E riguardo agli Usa, dove lei vive e lavora?

Negli Stati Uniti c’è una polarizzazione delle opinioni e delle informazioni che è veramente irreale. C’è un fronte negazionista, quello Repubblicano e di Fox News, e uno catastrofista, che è quello Democratico e della Cnn. La cosa tragicomica è che hanno ragione entrambi: in alcune città, prevalentemente quelle democratiche, c’è stata una catastrofe, mentre nell’America rurale si sono registrati pochi decessi. L’effetto di questa polarizzazione è che le persone sono confuse e smarrite.

E qui torniamo al tema della complessità nell’affrontare il Covid-19. Quale sente sia il suo compito, come scienziata?

Credo che il mio ruolo sia quello di spiegare alle persone che non sono del settore che c’è bisogno, innanzitutto, di una assunzione di responsabilità a livello personale, e poi quanto un’emergenza come questa richieda un approccio multidisciplinare. Non esistono soluzioni semplici.

Dobbiamo aspettarci una seconda ondata in autunno?

La seconda ondata siamo noi, senza persone il virus non va da nessuna parte. Noi abbiamo appiattito la curva, ma non l’abbiamo azzerata. Ci saranno seconde ondate che potranno fare più o meno danni in base alle condizioni in cui si scatenano. Ma una previsione non è possibile, perché dipende dai comportamenti individuali.

In questi mesi si è parlato spesso di ‘infodemia’, ossia di un eccesso di informazioni sul virus magari non verificate a dovere. Cosa pensa su come è stata fatta informazione sul Covid?

In generale, nessuno era preparato, quindi l’informazione è stata gestita male. Su questo dovremmo riflettere perché con i social media è chiaro che un’errata informazione influenza l’epidemiologia. L’informazione è uno dei principali driver di come si evolve l’infezione e quindi va usata bene.

Cosa possiamo dire del reale tasso di mortalità del Covid?

Che i dati, in questi mesi, sono stati generati e raccolti in maniera disomogenea. C’è bisogno di ripulire, riorganizzare e ri-categorizzare i dati per capire quante vite il Covid si sia portato via in Lombardia, Italia ed Europa.

C’è stata collaborazione nella ricerca o ognuno ha voluto correre per sé?

C’è stato un certo livello di collaborazione, c’è stata condivisione delle sequenze, però bisognava organizzarsi prima, organizzare in anticipo un network. Se avessimo già avuto in anticipo una rete organizzata il vaccino sarebbe stato pronto in sei mesi.

In ultimo, i big data. Il 2020 non è il 1990: che apporto può dare oggi la capacità di analisi dei grandi numeri?

Sono il futuro, saranno isole di luce che ci faranno vedere e capire cose che non avevamo visto. Come è stato durante questa emergenza, quando, proprio grazie ai big data e non al singolo caso, abbiamo capito il maggior rischio di sviluppare la forma grave nei maschi. Grazie ai big data oggi possiamo capire tutte le sfaccettature di questo puzzle gigantesco.
 


Ilaria Capua è medico veterinario di formazione e per oltre 30 anni ha diretto gruppi di ricerca nel campo delle malattie trasmissibili dagli animali all’uomo e del loro potenziale epidemico in laboratori italiani ed esteri. Nel 2008 la rivista Seed l’ha inserita fra le “Menti Rivoluzionarie” per esser stata una catalizzatrice di approcci più collaborativi nella ricerca sui virus influenzali promuovendo la condivisione dei dati su piattaforme open access. Nel 2013 è eletta alla Camera dei Deputati dove ha rivestito il ruolo di vice presidente della Commissione Scienza, Cultura ed Istruzione. Durante il suo mandato è stata travolta da un’indagine giudiziaria rivelatasi infondata. Dopo essere stata prosciolta si è dimessa da parlamentare e si è trasferita negli Stati Uniti, doce dirige il Centro di Eccellenza One Health dell’Università della Florida. È membro dell’International Advisory Council della Bocconi.

di Andrea Celauro

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