Aveva scelto un cantiere in cui costruisce solo chi sa innovare
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Aveva scelto un cantiere in cui costruisce solo chi sa innovare

ESPLORARE COME I VINCOLI POLITICI CONDIZIONANO LA POLITICA ECONOMICA: ERA IL GRANDIOSO PROGETTO NEL QUALE ALBERTO ALESINA RIUSCIVA NATURALMENTE. IL SUO LAVORO HA MOSTRATO CHE POSSIAMO CAPIRE DI PIU' DI ECONOMIA SOLO SE GUARDIAMO AI FENOMENI DELLE SCIENZE SOCIALI

Credo che Alberto Alesina avesse ben chiaro sin dall’inizio della sua carriera il suo programma scientifico, quello a cui avrebbe dedicato la sua geniale intelligenza per tutta la sua vita scientifica: esplorare come i vincoli politici condizionano le scelte di politica economica. Un progetto grandioso, per il quale occorreva studiare e mettere assieme una ampia e complessa varietà di circostanze: dai meccanismi con cui vengono prese le decisioni politiche, agli incentivi dei politici o dei burocrati; dalle contrapposizioni etniche, culturali o ideologiche, alle percezioni cognitive degli individui. Un cantiere dove puoi costruire qualcosa solo se sei capace di innovare, di vedere la realtà in modo diverso rispetto al passato. Un cantiere in cui per battere la complessità devi semplificare, prenderti il rischio di essere banale ed andare al nocciolo dei problemi.

Non poco e non per tutti. Alberto ci riusciva naturalmente. E questo ha fatto di lui uno dei fondatori di una disciplina importantissima. La political economics. Quella in cui forse è più evidente il rapporto e l’interazione fra scienza economica e scienza della politica, demografia, antropologia, sociologia, storia…. Il suo lavoro ha mostrato che queste non sono discipline separate. Che possiamo capire di più di economia solo se guardiamo anche a fenomeni che normalmente rientrano in altre discipline sociali.

Grazie ad Alberto, la frontiera della scienza economica si è spostata avanti di un bel po’. Guido Tabellini e Larry Summers hanno sintetizzato splendidamente i suoi contributi alla scienza economica. Tutti importantissimi. Alberto continuerà per decenni ad essere uno dei più citati economisti al mondo. Una fonte di ispirazione per chissà quante nuove ricerche.
 
Un grande economista? Certo. Ma soprattutto una grande persona. Quelli che lo conoscevano semplicemente lo adoravano. Come me.

Ricordo il mio primo incontro con lui. Lo avvicinai dopo una sua prolusione-shock ad apertura di anno accademico in Bocconi (credo molti la ricordino bene ancora oggi). Dopo pochi secondi eravamo già a scherzare su qualcosa... ma anche a parlare di Europa e di economia. Il veicolo della comunicazione erano la sua intelligenza e la sua curiosità.
Alberto era così: aperto alle idee ed alle persone, indipendentemente dal loro ruolo. Parlava di suoi colleghi (magari di premi Nobel) con la stessa enfasi e lo stesso rispetto con cui parlava dei suoi studenti.

Ho avuto il privilegio di scrivere con lui due paper scientifici. Ho imparato moltissimo. Sorprendente era la sua capacità di vedere la “big picture”, aspetti che a me sfuggivano, forse perché ero troppo concentrato sui dettagli. Quando discutevamo una idea, lui ne intravvedeva senza sforzo la rilevanza, le applicazioni e le estensioni. Quell’idea prendeva corpo, e diventava un paper solo se era sufficientemente rilevante, se dava risposte a domande importanti. Il tecnicismo fine a sé stesso non lo interessava affatto. Anzi, credo lo tediasse parecchio.

Alberto ha sempre conservato legami profondi con l’Italia e con la Bocconi. Nutriva grande ammirazione per i giovani dei nostri corsi di economia. Era sinceramente convinto che rappresentassero una coorte fra le meglio selezionate al mondo.

E molti giovani laureati italiani hanno visto in lui un esempio da seguire. Tanti si sono specializzati con lui o grazie a lui. Sono convinto che senza il suo impegno a sostenere giovani di talento, oggi sarebbe molto meno folta la comunità di economisti italiani presenti nelle più prestigiose università americane e nel mondo.

Alberto amava la vita, perché’ amava la natura, le persone, le idee. Lavorava tanto perché voleva che la sua creatività fosse al servizio di un mondo migliore.
Quando parlavamo di conflitti intergenerazionali scherzavamo sul fatto che i geni dei nostri nonni italiani ci avrebbero fatto vivere cento anni. Che beffa!

Alberto, te ne sei andato troppo presto. Troppo presto.

di Francesco Passarelli, Dipartimento di Scienze sociali e politiche

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