Il metodo Bocconi applicato ai sogni
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Il metodo Bocconi applicato ai sogni

URBANO CAIRO, NOMINATO ALUMNUS DELL'ANNO PER LA CAPACITA' DI TRASFORMARE LE PASSIONI IN IMPRESE, SI RACCONTA A VIASARFATTI25

«Urbano Cairo racchiude caratteristiche che raramente si trovano in una sola persona: creatività coniugata al rigore, coraggio, energia, profondo senso logico, capacità di sognare e pragmatismo». Così Riccardo Monti, presidente della Bocconi Alumni Community, ha descritto il manager e imprenditore nell’annunciare la sua nomina ad Alumnus Bocconi dell’anno 2019. La comunità degli alumni dell’ateneo ha voluto premiare infatti l’attuale presidente di Rcs Media Group per i risultati raggiunti in diversi ambiti di attività ma soprattutto per la capacità di aver trasformato le proprie passioni in imprese seguendo allo stesso modo un approccio rigoroso al business e uno slancio quasi istintivo verso sfide sempre nuove, riconoscendo in questo uno dei marchi di fabbrica dell’ateneo. «Sognare ambiziosi traguardi deve continuare a essere il pensiero di noi Bocconiani», conferma Cairo. «In questo la Bocconi svolge un ruolo fondamentale perché aiuta i futuri manager e imprenditori a competere e ad affermarsi a livello internazionale».

Lei che studente è stato?
Molto serio. Ho preso fin da subito lo studio in Bocconi come un lavoro, il mio lavoro di quegli anni. Forse perché venivo da un liceo scientifico un po’ trascurato; erano gli anni Settanta e tra manifestazioni e attività alternative, sentivo di aver perso tanto tempo. Ricordo che avevo molta voglia di cominciare l’università e di impegnarmi in qualcosa di serio. Sono riuscito a mantenere il proposito e a presentarmi alla laurea con una media del 28,5 che non era niente male.

Alla luce della sua carriera di manager e imprenditore, quale ritiene sia l’eredità più importante degli anni trascorsi in Bocconi?
Potrei citare tanti insegnamenti che hanno lasciato il segno. Oltre all’economia mi appassionai molto agli esami di politica economica, di sociologia, di marketing, di organizzazione del lavoro, tutti aspetti che mi sono tornati molto utili negli anni successivi. Però il minimo comun denominatore di quegli anni fu senz’altro l’abitudine al rigore, alla disciplina, alla continuità nell’applicazione di un metodo. Era una cosa che si respirava nei corridoi e nelle aule dell’ateneo e mi metteva persino soggezione all’inizio. Ci fu una volta che, a causa di sfavorevoli vicissitudini sentimentali, arrivai decisamente impreparato il giorno dell’esame. Risposi all’appello ma poi vidi il professore e gli altri compagni e mi vergognai; me ne tornai a casa a prepararmi e rifeci l’esame l’appello successivo. L’ambiente pretendeva il meglio da ognuno, insomma, e io per primo volevo fare le cose bene.

Durante l’università vinse una borsa di studio e frequentò un semestre alla New York University. Fu lì che nacque la sua passione per il mondo dei media e della comunicazione?
Quella fu un’esperienza fondamentale, anche se la passione per la comunicazione l’avevo da sempre. In famiglia leggevamo il Corriere della Sera e io compravo spesso anche La Notte perché all’epoca c’era un direttore molto bravo, Stefano «Nino» Nutrizio, capace di fare un quotidiano innovativo e popolare. La tv intanto stava crescendo ed era un mondo che mi attirava. Negli Usa mi imbattei in una forma di comunicazione televisiva più evoluta rispetto a quella a cui ero abituato in Italia e volli approfondire quel mondo. Lessi alcuni saggi sui media americani, e in particolare mi colpì The Powers That Be, di David Halberstam. Quando tornai in Italia pensai subito che dovevo parlare di tutto quello che accadeva in Usa e che avevo capito con l’imprenditore che, in quel momento, si stava muovendo di più nel settore: Silvio Berlusconi.

Qual era la sua ambizione di allora?
Ai tempi la mia idea era di fare l’imprenditore, ma ero consapevole che per farlo occorre prima compiere un percorso da manager. Mi sarebbe piaciuto un giorno diventare un editore televisivo e puntai in quella direzione; pensavo che fosse difficile ma non impossibile, perché il settore si stava aprendo, liberando risorse e spazi per nuove iniziative. In Usa avevo anche già sperimentato le prime forme di pay-tv e pensavo di portarla in Italia ma poi non se ne fece nulla. Quanto al Corriere della Sera, come detto, era una presenza costante in casa e un riferimento autorevole, ma pensavo che fosse un mondo chiuso e molto difficile da penetrare. Non voglio dire impossibile perché credo che nulla sia realmente impossibile, ma certo se allora mi avessero detto che ne sarei diventato editore avrei stentato davvero a crederlo.

Sognare è davvero così importante per un imprenditore?
Mi piace ripetere che «Nulla accade se non l’hai sognato prima». Immaginare nuove possibilità è un esercizio costante per me. Certamente ci sono dei momenti nei quali bisogna concentrarsi per dare concretezza e solidità a un nuovo progetto e allora non c’è più molto margine per divagare perché ci sono conti da risanare, posti di lavoro da mantenere, decisioni da prendere. Però appena poi le acque si calmano e la situazione si stabilizza io comincio già a pensare a quello che potrebbe essere il passo successivo.

Anche la politica è da sempre una sua passione. Potrebbe essere quello il prossimo passo?
In questo caso credo serva ancor più cautela che in altri ambiti. È vero che la politica mi appassiona, da ragazzo seguivo con interesse anche quella americana, ma sono consapevole che non è un impegno che si può prendere a cuor leggero, come per togliersi uno sfizio. Ho molto rispetto della cosa pubblica ma anche delle persone coinvolte nelle mie aziende, che operano in settori complicati e in continua evoluzione.
Credo non sarebbe una decisione semplice lasciare tutte queste responsabilità per dedicarmi a una mia passione.
 
URBANO CAIRO
Nato a Milano, 62 anni, Urbano Cairo è presidente di Cairo Communication e di Rcs MediaGroup (della quale è anche amministratore delegato). Laureato nel 1981 in Economia aziendale alla Bocconi con una tesi su «La strategia finanziaria delle medie imprese industriali in fase di espansione», è entrato in Fininvest all’indomani del diploma e vi ha percorso una lunga carriera manageriale diventando anche amministratore delegato di Mondadori Pubblicità. Nel 1995 il salto a imprenditore con la fondazione di Cairo Pubblicità. Nel 1999 acquisisce l’Editoriale Giorgio Mondadori, nel 2003 dà vita a Cairo Editore, oggi leader nel mercato dei settimanali, del 2013 è l’acquisizione del canale televisivo La7 e del 2016 l’opas a seguito della quale diventa azionista di maggioranza di RCS Media Group. Dal 2005, inoltre, è proprietario del Torino Football Club.
 

di Emanuele Elli

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