Con la cultura non si mangia. Falso!
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Con la cultura non si mangia. Falso!

E UN LUOGO COMUNE E COME TALE VA SMONTATO. CON DATI SULLA DIFFUSIONE DEI PRODOTTI CULTURALI COSI' COME SUGLI INVESTIMENTI DI VENTURE CAPITALIST O DI AZIENDE COME LA DISNEY CHE PORTA AVANTI UNA POLITICA DI ACQUISIZIONI. MA ANCHE GUARDANDO AI SUOI EFFETTI COME ESPRESSIONE DI POTERE E APPARTENENZA

di Paola Dubini, associato di Management of Cultural Industries and Institutions

La cultura nutre. Nutre lo spirito individuale, la curiosità, la voglia di conoscere e di confrontarsi; crea relazioni e protegge cose preziose. È contenuto e processo allo stesso tempo e appartiene ai singoli, ai gruppi e alle comunità. Alimenta il racconto di un territorio, della storia e della grandezza di una popolazione, dell’importanza di una nazione. Permette la crescita personale e professionale di una grande varietà di operatori; attrae turisti, mobilita talenti, permea lo sviluppo sostenibile. E naturalmente produce ricchezza economica e ricadute di tipo economico e sociale.
Ciononostante, l’espressione«con la cultura non si mangia» è radicata e citata quasi con altrettanta frequenza del suo opposto: che «la cultura è il nostro petrolio». Sono due affermazioni che non condivido: la prima perché non è vera, la seconda perché è riduttiva.
Il suggerimento è di guardare alla cultura come qualcosa di prezioso, anche se può non avere mercato: la cultura e il patrimonio sono troppo spesso dati per scontati, con il risultato che la percezione del loro valore avviene solo quando è compromessa. E invece piccoli e continui investimenti, piccola e continua attenzione generano grandi ritorni, economici e non.
Il luogo comune che con la cultura non si mangi si affronta in vari modi. Innanzitutto, riconoscendo che la cultura è reale e permea la nostra esistenza, sia che sia considerata uno stile di vita, sia che sia vista come un sistema di regole, di tradizioni o un elemento identitario.

Secondo, riconoscendo che la cultura è espressione di potere, di unicità, di appartenenza. La cultura costruisce immaginari, utilizzati per affermazione di potere, per propaganda, ma anche per  legittimazione, protesta, diplomazia culturale, attrazione turistica. Affermare  che la cultura non nutre perché non serve significa non riconoscere la sua potente capacità di racconto. Questo mi pare paradossale in un paese come il nostro, che deve alla diffusione dell’opera lirica nel mondo la suggestione della bellezza della sua lingua e all’efficacia espressiva di un film il mito della dolce vita.
Anche se consideriamo la dimensione economica, l’affermazione che con la cultura non si mangia è fuorviante. Parte della fruizione di cultura esula dalle logiche di scambio economico, ma i mercati della cultura sono vari, articolati e fortemente polarizzati, per cui accanto a un ristretto numero di prodotti fruiti da numeri altissimi di consumatori, vi è una massa molto elevata di mercati di nicchia. L’offerta culturale è in continua crescita e i dati di consumo ampiamente sottostimati, soprattutto per quanto riguarda la componente digitale. E per quanto appaia a molti che i mercati per i prodotti culturali sono di piccole dimensioni, presi individualmente, converrà ricordare che, secondo le statistiche, sono più gli italiani che hanno letto almeno un libro di quelli che sono andati allo stadio o sono andati in discoteca almeno una volta negli ultimi dodici mesi.

Inoltre, a giudicare dal comportamento di aziende come Disney, che sta portando avanti una aggressiva politica di acquisizioni, pare difficile affermare che l’investimento in cultura non renda: come mai gli investimenti da parte di venture capitalist nelle imprese culturali sono cresciuti nel tempo? Il tema dunque non è che la cultura non nutra in senso economico o in senso figurato, ma come fare in modo che vi sia una maggiore attenzione collettiva alle condizioni di crescita sostenibile della cultura. Se impariamo a porre attenzione ai fenomeni culturali, la ricchezza e le esternalità che questi sanno produrre risulteranno evidenti.
 

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