Come si dice antitrust nel Regno Unito?
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Come si dice antitrust nel Regno Unito?

DA DUE ANNI IL CEO DELLA COMPETITION AND MARKETS AUTHORITY BRITANNICA E' UN ALUMNUS BOCCONI CON DOPPIA CITTADINANZA: ANDREA COSCELLI

C’è chi durante l’università avrebbe voluto diventare una rock star e chi, con lo stesso entusiasmo, sognava di occuparsi di regolamentazione dei mercati e di libera concorrenza. Dei primi non si ha notizia, tra i secondi, invece, c’è sicuramente Andrea Coscelli, alumnus Bocconi, che dal luglio 2016 ricopre il ruolo di ceo della Competition and Markets Authority, l’antitrust inglese. In un’epoca di deregulation, better regulation e smart regulation, ecco come Coscelli affronta i temi più caldi dell’attualità che coinvolgono la Gran Bretagna e l’Europa, dalla Brexit alla digital disruption.
Quali sfide presenta la rivoluzione digitale?
È un dibattito molto vivace che evolve piuttosto velocemente, con una ricaduta internazionale. Il ruolo della Competition and Markets Authority (CMA) è quello di mantenere un equilibrio fra regulation e competition, quindi fra protezione del consumatore e tutela dei processi di concorrenza. Abbiamo avviato, per esempio, una serie di interventi sui mercati on line come quello del car rental, delle prenotazioni di hotel e viaggi, del gambling perché, a nostro avviso, attuano meccanismi di trasparenza e di ranking non sempre corretti nei confronti dei consumatori. Ci si può trovare ad affrontare operazioni anche molto più complesse, come quella condotta dall’antitrust della Commissione europea nei confronti di Google Shopping, perché il tema della concorrenza in rete coinvolge anche la sfera dell’innovazione: le piattaforme continuano ad evolversi, aggiungendo servizi al consumatore, ma questo fattore non deve compromettere le piccole imprese che hanno mezzi ridotti rispetto ai grandi player dell’e-commerce e il cui business dipende, in alcuni casi, quasi esclusivamente dalla rete.
La sfida ai monopoli è iniziata oltre cent’anni fa. Che cos’è cambiato?
In origine, negli Stati Uniti, il dibattito era concentrato sul monopolio ferroviario e quello del petrolio; oggi i principi sono gli stessi, ma non l’ambito d’applicazione perché una fetta significativa dei ricavi si sta spostando dall’off-line all’on-line. Infatti, alcuni dicono: “Data is the new oil”.
Qual è la differenza culturale fra il Regno Unito e l’Italia in ambito di liberalizzazioni?
La Gran Bretagna ha sempre avuto un grande interesse al mercato come meccanismo di allocazione delle risorse: i governi del passato hanno appoggiato e stimolato le iniziative di privatizzazione, molto più di quelli italiani e degli altri paesi europei. Con la Brexit il contesto politico è cambiato e oggi si dibatte sul fatto che questa forte propensione alla deregulation non sempre abbia generato condizioni migliori per i consumatori. In particolare, l’opinione pubblica al momento sta mettendo in discussione la privatizzazione dell’industria dell’acqua, dell’energia e il sistema di concessione delle tratte ferroviarie.
Il governo di Sua Maestà sta facendo un passo indietro?
Non necessariamente. Non è un dibattito di tipo ideologico, si tratta più che altro di una questione pragmatica, in cui ci si interroga su ciò che funziona e si impara dall’esperienza dell’ultimo ventennio: esistono aree di mercato in cui forse si può pensare di applicare un modello di liberalizzazione meno spinto perché l’approccio attuale non è stato particolarmente efficace. Più in generale, non esiste una formula perfetta: in alcuni paesi, infatti, certe industrie sono rimaste di proprietà pubblica e hanno funzionato bene, in altri sono state privatizzate e hanno funzionato altrettanto bene. Le variabili sono molte e non solo culturali.
Londra è la capitale europea dei fondi di venture capital, spesso questi sono stranieri….
Nell’ambito dell’intelligenza artificiale, dell’industria spaziale e delle fintech, il governo continua ad attuare una smart regulation per attrarre nuovi investitori, perché questo è il modo migliore per creare posti di lavoro e crescita per l’economia. Le start up innovative continuano a essere viste con positività e supportate anche in tempo di Brexit. Il referendum, però, avendo rallentato l’immigrazione, secondo alcuni osservatori ha avuto una ricaduta negativa sulla nascita e l’espansione di nuove imprese.
La CMA come affronta la Brexit, è prevista una cooperazione con gli altri paesi dell’Europa, sul modello Stati Uniti-Canada?
Assolutamente sì. Io passo molto tempo a confrontarmi con i capi delle autorità antitrust di altri paesi, dall’italiano Giovanni Pitruzzella ai responsabili della divisione Antitrust del Dipartimento di Giustizia americano, dal garante francese a quello tedesco. Abbiamo all’attivo tante azioni di cooperazione perché i mercati sono internazionali e le problematiche sono più o meno condivise. Inoltre, facciamo parte di due importanti organizzazioni, l’International Competition Network e l’Ocse, che sono indipendenti dal nostro ruolo nell’Unione europea. C’è poi un terzo network molto importante nell’Unione europea (European Competition Network). Dopo il referendum e in base alla negoziazione con l’Ue capiremo che ruolo avere in questo. In ogni caso, con la Brexit, la cooperazione è ancora più importante.
A due anni dalla sua nomina: riflessioni e prospettive.
Le sfide più impegnative sono stimolate proprio dalla Brexit: molto probabilmente ci troveremo a trattare i grandi casi internazionali in parallelo all’Europa e per farlo dobbiamo allargare la nostra struttura. Abbiamo iniziato questo processo con l’apertura di un nuovo grande ufficio in Scozia, abbiamo potenziato quelli di Belfast e Cardiff, stiamo pensando di aprire anche a Manchester. L’obiettivo è di essere presenti sul territorio in maniera più capillare, così da intessere rapporti con avvocati ed economisti locali, che conoscano da vicino le problematiche specifiche di ogni regione del paese. In questo contesto di espansione possiamo stabilire anche forti rapporti con le università di tutto il Regno Unito.
Questa capillarità sembrerebbe una risposta ai bisogni che hanno portato alla Brexit…
In un certo senso lo è. Il risultato del referendum ha messo tutti di fronte al fatto che Londra era diventata la capitale d’Europa, o forse quella globale, evidenziando una forte sconnessione con il resto del tessuto britannico. Oggi, il governo ha messo in atto un programma di decentralizzazione delle amministrazioni e delle agenzie che coinvolge anche noi.
Lei, oltre a quella italiana, ha anche la cittadinanza inglese…
Sì, anche se la CMA è un ambiente molto aperto: il 15% delle persone che lavora con me non è inglese.
Com’è il clima all’interno dell’autority inglese?
Le relazioni sono semplici e dirette. Ho un ottimo cda e con alcuni membri senior ho stretto un rapporto di scambio profondo. Il confronto è anche con i giovani: in Gran Bretagna usa un approccio open debate che stimola le figure junior a partecipare attivamente ai dibattiti. Il loro contributo è molto utile quando si affrontano tematiche che coinvolgono le nuove generazioni. Nel mio ruolo devo prendere decisioni difficili che impattano sulla vita delle persone, ma ho il vantaggio di far parte di un’istituzione sana e con una forte tradizione di indipendenza e competenza professionale. 
E quando non prende decisioni, che cosa fa?
Spengo i dispositivi elettronici e mi dedico allo sport o alla lettura. In questo momento sto leggendo Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout. 
 

di Ilaria De Bartolomeis

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