La metafora del vino
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La metafora del vino

E QUELLA CHE USA MARCHIONNE, BOCCONIANO DI GENAGRICOLA, PER SPIEGARE COME GESTIRE IL SETTORE

Se in un quiz tv chiedessero quale sia la maggiore azienda agricola italiana, c’è da credere che molti concorrenti abbandonerebbero la competizione. Perché tra i non addetti pochi sanno che il primato spetta a Genagricola, ovvero la controllata di Assicurazioni Generali che opera nel settore agroalimentare e che conta oltre 25 aziende per un totale di 13mila ettari coltivati tra Italia e Romania, 800 ettari di vigneti, 7mila capi di bestiame e persino due impianti per la produzione di energia elettrica da biogas. Un patrimonio con pochi uguali in Europa e al timone del quale c’è il bocconiano Alessandro Marchionne, 50enne manager strappato dal gruppo del Leone all’Agricola San Felice della tedesca Allianz.

Questo fa di lei, a tutti gli effetti, uno dei manager più esperti nella relazione tra gruppi assicurativi e investimenti in agricoltura. Come nasce storicamente questo rapporto e come sta cambiando in questi anni?
In realtà è un legame molto antico. Basti pensare che il primo investimento agricolo di Generali risale al 1851, dunque solo 20 anni dopo la fondazione della compagnia assicurativa. All’inizio però, e per molto tempo, è stata considerata solo una forma di diversificazione fondiaria. Oggi è chiaro invece che occorre una gestione delle diverse realtà produttive più evoluta, più specializzata e che non tema l’innovazione. Le attività agricole inoltre oggi possono valere molto per i grandi gruppi in termini di immagine perché sono state e sono tuttora portatrici di valori positivi, etica, welfare, che devono essere valorizzati anche dal punto di vista della comunicazione per arricchire e confermare la corporate identity.
Che fase sta vivendo l’agricoltura italiana?
È una fase di polarizzazione. Da una parte l’attenzione all’ambiente, alla sostenibilità ambientale delle produzioni, al biologico, premiano le realtà di piccole dimensioni, che possono avere un posizionamento preciso in un mercato di nicchia. Sulle commodities come grano o riso non c’è strategia di marketing possibile perché sono tutte produzioni schiave del prezzo che fa il mercato e dunque i grandi produttori hanno pochi margini di manovra. In compenso, però, se hai dimensioni importanti, puoi permetterti di diversificare le produzioni, una prassi che fa bene ai terreni ma soprattutto limita i rischi legati appunto al mercato.
Qual è il segreto per gestire un gruppo così grande, internazionale, con brand che competono sul mercato globale eppure legato strettamente al territorio, ai metodi e ai tempi dell’agricoltura?
Occorrono molta elasticità, una visione a lungo termine e molte competenze diverse. In questo senso credo che il prodotto più emblematico sia il vino che nasce come realtà localissima, legata alla terra, al clima, ai vitigni, alla tradizione, ma nel momento in cui è in bottiglia è un prodotto globale, che può competere con i brand di tutto il mondo. In questo ruolo a me oggi tornano molto utili tutte le esperienze precedenti e in particolare quelle legate all’organizzazione del lavoro e al marketing, perché in agricoltura siamo molto indietro in questo.
Sul vino in particolare lei ha avuto, fin dall’inizio del suo mandato, l’input preciso di migliorare la qualità delle etichette e di tracciare una nuova brand identity per tutto il polo vitivinicolo. In quali direzioni dunque sta muovendo l’azienda?
Nel vino la maggior parte delle aziende, quasi l’80% direi, sono familiari e la tradizione ha un peso fortissimo, nel bene e nel male. In Genagricola non possiamo puntare su questi valori e dunque ci siamo fin da subito dati un posizionamento distintivo orientato all’innovazione. Accanto a questo, con la consulenza di un grande enologo, Riccardo Cotarella, stiamo convertendo alcune produzioni verso la qualità, puntando, per esempio, sul vitigno autoctono Albarossa, del quale siamo diventati uno dei maggiori produttori al mondo. Per aumentare la redditività, inoltre, dobbiamo puntare al mercato dei grandi vini rossi e per questo abbiamo recentemente acquisito la tenuta veronese di Costa Arénte per avere, con l’Amarone, un vino molto apprezzato anche all’estero.
Che cosa si intende per Metodo Genagricola?
È un insieme di valori, sostenibilità, sicurezza, sociale, sui quali si fonda il nostro lavoro quotidiano e che abbiamo voluto rendere metodo per far capire che non è solo una sensibilità aziendale verso questi temi ma proprio un approccio al lavoro. Vogliamo essere leader su questo e fare scuola su questi aspetti, primo fra tutti la sicurezza perché oggi l’agricoltura è maglia nera in termini di sicurezza sul lavoro rispetto agli altri settori economici, anche senza contare che una parte di infortuni nemmeno vengono denunciati.
Oggi Genagricola è anche un produttore di energia elettrica, con due impianti di biogas che producono fino a 2 megawatt. Che prospettive ha questo settore in ambito agricolo?
Ottime dal punto di vista della redditività direi. Però su questo tema occorre una certa lungimiranza da parte delle istituzioni. Se davvero si vuole incentivare la produzione di energie da fonti alternative è necessario prevedere tariffe elettriche agevolate per queste produzioni, altrimenti si resta vincolati ai prezzi del mercato come per le commodities.
 

di Emanuele Elli

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