Come far crescere l'agricoltura made in Italy
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Come far crescere l'agricoltura made in Italy

PER CAPIRE COSA STA SUCCEDENDO NEI CAMPI BISOGNA GUARDARE LE 50MILA AZIENDE GUIDATE DA UNDER 35 E LE 182 STARTUP DEDICATE AL SETTORE. IN ATTESA CHE ARRIVINO I FONDI DI VENTURE CAPITAL E PRIVATE EQUITY

di Vitaliano Fiorillo, docente di agribusiness

L’agricoltura in Italia cresce, ha barcollato per diverso tempo, dal 2007 al 2010, ma non ha mollato. Nonostante le oscillazioni dei prezzi delle materie prime e un andamento complessivamente non positivo, dal 2013 l’agricoltura italiana ha ripreso un percorso di crescita, in termini occupazionali, di valore aggiunto (anche se con margini in molti casi decrescenti) ed esportazioni.
Anche se si tratta di qualche confortante punto percentuale, i dati economici non testimoniano ancora il potenziale che il settore ha e che, per diversi motivi, non esprime. Quello che serve all’agricoltura italiana è un cambio di rotta che permetta ai nostri agricoltori di non subire il mercato ma di crearlo, servono investimenti, formazione manageriale e tecnologia. Se vogliamo individuare un percorso di cambiamento, quindi, i numeri che dobbiamo guardare sono altri.

Il primo, un numero che dà speranza: sono 50mila oggi le aziende guidate da under-35 in Italia (+9% nel 2017, dati Istat) e, in 9 casi su 10, si tratta di imprenditori agricoli con una formazione superiore o universitaria. Ugualmente si dica per gli occupati dipendenti, un gran numero di giovani che dopo il boom delle iscrizioni alle facoltà di agraria di qualche anno fa ha trovato collocazione nel settore agricolo.

Il secondo dato a cui guardare ha acceso un target sul radar degli investitori privati. Così come in molti altri settori, sono significativamente aumentate le società di capitali in agricoltura. Questo, unitamente al dato sull’imprenditoria giovanile, lascia pensare che ci sia un graduale diluizione delle imprese famigliari. Se le famiglie hanno permesso di crescere in altri tempi, oggi le circostanze sono cambiate e la crescita, anche sui mercati internazionali, passa per aziende aperte ai capitali esterni. Ecco dunque che i fondi di venture capital e private equity nei prossimi anni potrebbero rappresentare un enzima per la crescita del settore. Certo, non è un percorso semplice, c’è diffidenza da una parte e dall’altra. Le aziende agricole temono di perdere il controllo sul proprio business e di vederlo snaturato rispetto a un sogno spesso legato a un cambiamento di vita; gli investitori privati, dopo la money rain (almeno sulla carta) del digitale, devono valutare percorsi di investimento con tempistiche (qui la natura gioca un ruolo non secondario) e moltiplicatori completamente diversi. Poi rimane l’annosa questione della size, ma anche qui serve maggiore preparazione da parte degli imprenditori nel conoscersi e sapersi muovere nella filiera dei capitali di rischio.

Terzo dato è il numero di startup che hanno sviluppato tecnologie per l’agroalimentare. Dall’agricoltura di precisione alla tracciabilità, dall’aumento della produttività in campo al controllo della qualità, sono 182 le startup internazionali dedicate allo sviluppo tecnologico agroalimentare (Dati: Osservatorio Smart Agrifood).  La tecnologia gioca un ruolo fondamentale e sarà sempre più presente nelle aziende agricole. Non si tratta solo di efficientare un settore in cui troppo spesso le variazioni della produzione sono difficili anche solo da rilevare, ma si tratta soprattutto di rispondere ai cambiamenti climatici, allo stress abiotico in genere e alle istanze di un mercato sempre più esigente e polarizzato. Con una sempre minore disponibilità di terra arabile e una popolazione globale in costante crescita, la tecnologia in agricoltura non è solo un’opportunità di business ma uno strumento indispensabile per rispondere alle sfide dell’umanità.

Ci sarebbero poi molti altri fattori da valutare e punti di attenzione che dovrebbero essere presi in considerazione per capire se, quando e come l’agricoltura italiana esprimerà il proprio potenziale, ma è necessario prima di tutto cambiare il punto di vista e innescare un percorso di crescita che vada al di là dei meri dati di settore. 
 

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