Elezioni: come e perche' va presa una direzione
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Elezioni: come e perche' va presa una direzione

SISTEMI ELETTORALI, CANDIDATI, EFFETTO MEDIA: CHE COSA DICE LA RICERCA E CHE IMPATTO (ANCHE IN EUROPA) AVREBBE IL FUTURO GOVERNO ITALIANO CHE USCIRA' DALLE URNE

di Francesco Giavazzi, ordinario del Dipartimento di economia

E' l’imprevedibilità che rende interessante la vita. Un anno fa era imprevedibile il voto per la Brexit, e i bookmakers pagavano 25 a 1 l’elezione di Trump. Poi, quando molti si erano già rassegnati al populismo, le elezioni in Olanda prima e in Francia poi ci hanno di nuovo sorpresi: i populisti hanno perso e gli elettori, soprattutto in Francia, hanno votato per un presidente che aveva fatto dell’impegno europeo il fulcro della sua campagna elettorale.
Imprevedibile, dopo anni di pessimismo, che si aprisse una finestra di opportunità per l’Europa. E invece potremmo essere vicini a una svolta. La spinta viene, come sempre, da Francia e Germania, raramente tanto in sintonia sui temi della riforma dell’Ue. A Parigi Emmanuel Macron deve dar seguito ai suoi impegni in campagna elettorale. E io penso che la sera, a Berlino, Angela Merkel si addormenti pensando: Che cosa potrei fare per passare alla storia come il mio mentore Helmut Kohl? C’è una cosa sola che può fare (dopo aver contribuito a salvare l’euro nella crisi del 2011/12 sarebbe bastato uno sguardo rabbuiato quando Mario Draghi disse Whatever it takes  perché l’euro si spezzasse): porre le prime pietre di un’Unione fiscale e quindi politica. Sbaglia chi pensa che nulla in Europa accadrà fino alle elezioni tedesche del 24 settembre. Certo, non accadrà nulla di ufficiale, ma i gruppi di lavoro franco-tedeschi sono formati e il calendario delle riunioni è già fitto.

Una grande occasione per l’Europa. Per noi un’occasione persa. All’inizio di quest’anno la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale l’Italicum, la legge elettorale votata con ampia maggioranza (334 sì, 61 no e 4 astenuti alla Camera, 184 sì, 66 no e 2 astenuti al Senato) nel 2015 e che prevedeva il ballottaggio fra le prime due liste nel caso nessunma avesse raggiunto, al primo turno, il 40% dei voti. Secondo la Corte il ballottaggio è incostituzionale perché «una lista può accedervi anche avendo conseguito, al primo turno, un consenso esiguo e ciononostante ottenere il premio, vedendo più che raddoppiati i seggi che avrebbe conseguito sulla base dei voti ottenuti al primo turno». In Francia il partito di Emmanuel Macron avendo conseguito il 28% al primo turno, dopo i ballottaggi controlla la maggioranza assoluta dell’Assemblea nazionale: 308 deputati, 20 oltre la maggioranza assoluta. Nell’Assemblea i deputati di En Marche rappresentano circa il doppio dell’esiguo 28% ottenuto al primo turno.

Se l’Italicum non fosse stato in gran parte cancellato, probabilmente avremmo votato a giugno e oggi parteciperemmo a quei tavoli europei. Certo, dopo la sentenza della Corte avremmo potuto approvare una nuova legge, ma il voto sull’Italicum fu il frutto di una stagione politica fortunata ma breve, oggi praticamente irripetibile.
Ma quali sono le questioni in campo in Europa e dalle quali per ora l’Italia sarà sostanzialmente esclusa? Per capirlo è utile partire dalle linee di faglia dell’unione monetaria. Sono quattro. Prima, la capacità dell’eurozona di resistere a un’altra crisi simile a quelle del 2011, cioè a una crisi bancaria o a un improvviso prosciugarsi di flussi finanziari fra i paesi dell’euro: su questo punto in sei anni è stata fatta troppa poca strada. Seconda,  una definizione delle regole per gestire l’eventuale default dei titoli sovrani emessi da un paese dell’euro: questa è una condizione necessaria affinché le clausole di no-bailout, su cui tanto insiste la Germania, siano credibili. Terza, il completamento dell’unione bancaria: per capire quanta strada in questo campo resti da fare basta osservare come è stato gestito (bene a mio avviso, ma sfruttando una scappatoia consentita dalla Direttiva europea sulle risoluzioni bancarie) il fallimento di due banche venete. Quarta linea di faglia, infine, uno strumento per governare la domanda aggregata nell’eurozona, soprattutto quando la politica monetaria diventa inefficace perché si è raggiunto il limite inferiore (zero) dei tassi di interesse nominali.
Queste quattro questioni si possono riassumere in due proposte oggi in discusisone: il completamento delle regole per i default sovrani e la riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Esm).

Sul primo punto un passo avanti importante fu fatto nel 2012 con l’introduzione, nei titoli pubblici di nuova emissione, delle cosiddette Cac, Collective action clauses, regole che definiscono i diritti dei detentori di titoli sovrani nell’evento di un default. Le Cac però sono uno stumento debole perché, nell’eventualità di un contenzioso, chi decide è il tribunale nazionale: basta quindi una legge nazionale, come è accaduto in Grecia, per vanificarle. Sottrarre la giurisdizione sui titoli sovrani alla legislazione nazionale, per esempio passandola alla Corte di giustizia europea, significa trasformare il nostro debito pubblico a tutti gli effetti in debito estero, una modifica radicale per un paese in cui il debito rappesenta oltre il 130% del pil.

Ma è sulla riforma del Esm che corriamo i rischi maggiori. I progetti in discussione prevedono la trasformazione dell’Esm in un’istituzione simile al Fondo monetario internazionale, ma con aree di intervento molto più ampie. Non solo interventi nel caso di una crisi finanziaria o bancaria (sostituendosi in tale modo alle Omt, Outright monetary transactions, lo strumento creato dalla Bce per far fronte a simili crisi e finora mai usato) ma anche gestione della domanda aggregata. Il tutto grazie all’emissione di titoli garantiti dai membri dell’Esm stesso (i cosiddetti safe bonds). Se si aggiunge a queste funzioni l’idea che a capo dell’Esm sieda un ministro delle finanze europeo la proposta si configura come il primo passo verso una vera unione fiscale e poltica.
Ma a quali condizioni Germania e Francia si renderebbero garanti del debito dell’Esm? Ci sono due proposte. La prima prevede un meccanismo analogo alle Omt: un paese può accedere a questi finanziamenti solo se si sottopone a una stretta condizionalità, cioè se accetta che accanto al presidente del Consiglio sieda una Troika europea. Ma, come si è visto ad Atene, la presenza della Troika non impedisce che un Parlamento sovrano si rifiuti di votare le leggi concordate: troppo rischioso per Francia e Germania. L’alternativa è limitare l’accesso al nuovo club. Qui sta il cuore del problema. Il nuovo Esm potrebbe nascere senza l’Italia. Questo non significa che usciremmo automaticamente dall’euro, ma rischieremmo di esserne espulsi alla prima crisi, non appena i mercati si rendono conto che non esiste più una rete di protezione europea per il nostro debito, ciò che oggi offre la Bce attraverso la possibilità di attivare le Omt.
Il governo che nascerà dopo le prossime elezioni al primo Consiglio europeo troverà sul tavolo i progetti che Francia e Germania stanno negoziando. L’unica possibilità per modificarli sarà attraverso l’esercizio del diritto di veto, un modo pessimo di negoziare.

Insomma, quando fossimo fuori dall’euro forse la Corte Costituzionale potrebbe rimpiagere una decisione fondata sul principio, sacrosanto ma in realtà pericoloso, che «il legittimo perseguimento dell’obbiettivo della stabilità di governo (…) non può giustificare uno sproporzionato sacrificio dei principi costituzionali di rappresentatività e di uguaglianza del voto, trasformando artificialmente una lista che vanta un consenso limitato, e in ipotesi anche esiguo, in maggioranza assoluta».

Per approfondire
Vincenzo Galasso  Esperti e lealisti, così i candidati trovano il loro posto in lista
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