China Inc: l'Impero celeste ha cambiato strada
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China Inc: l'Impero celeste ha cambiato strada

DAL DIGITALE AL MONDO DEL CALCIO: L'INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLA CINA SEGUE NUOVE ROTTE. COME SPIEGANO GLI ALUMNI BOCCONI CHE STANNO PORTANDO IN EUROPA LE IMPRESE CINESI

di Andrea Colli, direttore del Dipartimento di analisi delle politiche e management pubblico

Tutti conoscono il proverbio cinese attribuito a Confucio che recita più o meno così: «siediti sulla riva del fiume, e prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico». Erroneamente viene interpretato come incitamento a una quieta pigrizia. La prospettiva è invece del tutto diversa: il tempo deve essere utilizzato per prepararsi all’incontro con il nemico. Quanto tempo? Tutto quello necessario. Per assistere al passaggio del cadavere del suo nemico, la Cina, per esempio, ha dovuto attendere circa un secolo e mezzo. Sin dall’inizio del nuovo millennio, quando ufficialmente ha fatto ingresso nella Wto, la Cina ha progressivamente aumentato la propria rilevanza come fonte di importazioni per l’Europa, raggiungendo il 20 per cento del totale. Più rilevante è il fatto che i cinesi vendono agli europei più di quanto comprino: il deficit commerciale dell’Europa ha raggiunto i 175 miliardi di euro nel 2016. La Cina acquista macchinari, mezzi di trasporto, aerei, prodotti chimici ma sta attivamente sviluppando capacità e competenze che presto le consentiranno di ridurre le importazioni dall’Europa. Mentre i flussi di commercio diretti a ovest rimarranno stabili, e presumibilmente continueranno a crescere, quelli diretti a est si ridurranno, a seguito di un rapido processo di convergenza tecnologica.

In tutto questo, ovviamente, c’entra la globalizzazione, e la globalizzazione è fatta di un libero e intenso commercio, reso possibile dalle opportunità offerte dalla tecnologia e dal sostegno delle istituzioni. Gli enormi sforzi che il governo cinese sta profondendo nel progetto One belt, one road (Obor) sono accompagnati da una intensa attività diplomatica a livello internazionale. A Davos, di fronte a una platea per metà scioccata, e per metà sollevata, il presidente cinese Xi Jinping ha posto di buon grado sulle spalle di un paese ufficialmente ancora comunista, il ruolo di cavaliere bianco di una globalizzazione messa a repentaglio da un populismo rampante.
La sensibilità storica, ovvero l’abilità di interpretare il presente alla luce del passato, può aiutare a comprendere meglio il presente, e la storia della turbolenta relazione tra Cina e Europa non fa eccezione.
In primo luogo, è una relazione di vecchia data. Gli europei sono legati a una visione eurocentrica della storia del mondo; parte di ciò è la autocelebrazione epica delle esplorazioni e scoperte, nonché delle fantastiche innovazioni tecnologiche che le resero possibili. I toni trionfalistici sottostimano, però, il fatto che mentre Occidente disperatamente si dava da fare per raggiungere il favoloso Oriente, lo stesso non poteva dirsi per gli asiatici.

A parte il mitico (ma unico) episodio cinquecentesco dei viaggi dell’ammiraglio ed esploratore Zheng He, non abbiamo praticamente alcuna evidenza di emuli cinesi di Colombo, Magellano, o Caboto, e nulla paragonabile alle varie Compagnie delle Indie che gli europei si inventarono nel tentativo di impadronirsi più facilmente delle ricchezze asiatiche. Al contrario, i cinesi erano fermamente convinti della propria superiorità. «Come può vedere da sé il vostro ambasciatore», scriveva il celeste imperatore Quian Long a Re Giorgio III nel 1793, «noi abbiamo tutto. A me non interessano oggetti strani e elaborati, e dei prodotti delle vostre fabbriche non me ne faccio nulla». Gli europei, invece, volevano a tutti costi la Cina, ed erano pronti a tutto pur di averla.
In secondo luogo, gli europei riuscirono a soggiogare uno dei più antichi imperi della storia. Il modo che impiegarono fu astuto e orribile. Il tramite fu la droga, l’oppio, che gli inglesi esportavano dall’India e dalla Persia, un «commercio infame» che provocò la reazione cinese e sfociò in due guerre che l’Occidente vinse grazie alla superiorità tecnologica e al progressivo indebolimento politico dei celesti imperatori. La Cina fece il suo ingresso nella prima globalizzazione in una posizione periferica. Un tempo al centro del mondo, ora era ancor meno di una colonia; formalmente era infatti un impero orgoglioso, in realtà un protettorato europeo. Un trauma profondo, impossibile da dimenticare.
Terzo: alla luce di ciò, non sorprende che la rivoluzione Maoista sia stata anche un modo per liberarsi una volta per tutte della interferenza europea negli affari interni della Cina. Ferita nella propria autostima, la Cina si celò al resto del mondo, in un disperata ricerca di autosufficienza. Ma non era del tutto sola: nel 1954 fu proprio l’India, finalmente libera da una pluricentenaria sottomissione all’Inghilterra, a sottoscrivere insieme alla Cina i «cinque principi di coesistenza pacifica», il primo tra i quali proclama il reciproco rispetto dell’integrità territoriale e della sovranità. Principi che spesso riecheggiano nell’approccio cinese alle relazioni internazionali: «Ciò che speriamo di creare è una grande famiglia che conviva armoniosamente», ha affermato il presidente cinese nel corso di un recente summit internazionale.

Da ultimo, quando alla fine degli anni Settanta la Cina ha deciso di riaprirsi al mondo, l’Occidente ha nuovamente risvegliato i propri appetiti. La ricchezza cinese però ora era la sua manodopera a basso costo, di cui gli europei, e non solo loro, avevano disperato bisogno. Stavolta però le cose sono andate diversamente. Non era più un impero debole e decadente, la Cina è oggi un paese che ha avviato un processo di rapida convergenza, disciplinato da una forte leadership  politica.
Chi male si comporta, tende a dimenticare facilmente le proprie colpe. L’Europa ha dimenticato molto rapidamente le sue responsabilità. Ma la Cina ha buona memoria. Non è difficile leggere alla luce delle guerre dell’oppio l’approccio cauto che la Cina applica oggi alle proprie relazioni internazionali.
La Cina sta mettendo a frutto al meglio, finalmente, le immense opportunità che le sono offerte dalle risorse che possiede. Per gli europei è invece tempo di tornare a studiare la storia, e avviare una riflessione sulla perdita della propria egemonia.

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