Aprire l'impresa fa bene all'impresa. E all'innovazione
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Aprire l'impresa fa bene all'impresa. E all'innovazione

NEGLI ANNI 20 A DARE L'ESEMPIO SONO STATE LE SOCIETA' PETROLCHIMICHE. OGGI, NELL'ERA DIGITALE E DEI BIG DATA, CONDIVIDERE LA CONOSCENZA, E I COSTI DELLA SUA PRODUZIONE, TRA AZIENDE, UNIVERSITA' E START UP E' IL VERO VANTAGGIO COMPETITIVO. PERCHE' IL FUTURO HA UNO SVILUPPO OPEN

di Alfonso Gambardella, direttore del Dipartimento di management e tecnologia

Nell’immaginario collettivo poche aziende sono percepite più chiuse, e orientate a preservare gelosamente i propri segreti industriali, delle aziende multinazionali della petrolchimica. Eppure negli anni ‘20 del secolo scorso, aziende come Exxon, Union Carbide, Kellog, Shell, hanno creato un vero e proprio  ecosistema, con al centro il Mit di Boston, per dar vita alla disciplina dell’ingegneria chimica. L’ingegneria chimica, che alcuni hanno definito «una disciplina con il segno del dollaro nella sue equazioni», nasceva dall’esigenza di rendere i processi petrolchimici più efficienti. Ma cosa ha spinto queste imprese ad attivare questa condivisione di informazioni e conoscenze? Due cose: la consapevolezza che la messa in comune di conoscenze alimenta un bacino che avrebbe arricchito chiunque avrebbe utilizzato quei processi; il fatto che il vantaggio competitivo della singola azienda era altrove e in particolare nella capacità di controllare l’accesso alla materia prima.
Oggi questo modello si sta diffondendo in maniera vigorosa. Ci sono almeno due forze. La prima ha tre componenti: grazie allo sviluppo della digitalizzazione, c’è un’ampia disponibilità di dati e informazioni; molte di queste informazioni sono disponibili presso fonti diverse, frammentate e diffuse, come gli utilizzatori; la produzione di conoscenza ha come input principale altra conoscenza. Per queste ragioni, accedere a fonti ampie e diffuse di conoscenze e informazioni diventa un’opportunità per le imprese. La seconda forza è il fatto che per ragioni sociologiche la comunità di chi oggi ha maggiori competenze nell’uso di dati e informazioni, e nella produzione di algoritmi alla base di molti dei prodotti e servizi odierni, ha una mentalità aperta e di condivisione. Spesso, nei colloqui di assunzione, aziende che vogliono impiegare queste persone si sentono chiedere: «Ma voi condividete il software?».
 
La rivoluzione dei dati
Per molti versi, questa è una rivoluzione. Si pensi allo sviluppo dei sensori, una delle tecnologie che si sta diffondendo maggiormente. I sensori consentono di raccogliere enormi quantità di informazioni, dal modo con cui un individuo guida un’automobile, ai dati delle particelle dell’aria, agli acquisti nei supermercati e così via. Si possono perciò raccogliere dati sulle abitudini dei guidatori, aiutando a simulare il funzionamento dell’auto, o a sviluppare gomme, freni o altri componenti; o dati sui livelli di  inquinamento sperimentando politiche di traffico o di altri tipo nelle città; o dati su come vendere al meglio i prodotti, con benefici sia per i supermercati che per i consumatori. Le aziende proprietarie di questi dati hanno bisogno di altri dati complementari appartenenti ad altre aziende, o si avvantaggiano dal mettere in comune dati prodotti o a disposizione di singoli utenti o di popolazioni di utenti – anzi in alcuni casi hanno incentivi a coordinarne la raccolta e a creare depositi di queste informazioni. Le aziende possono poi competere e trovare i propri punti di forza nel modo con cui usano questi pool comuni di dati e informazioni nell’ambito dei propri settori, e non tanto nella generazione dei dati stessi, che si avvantaggia proprio dal fatto di mettere assieme più fonti.
 
L’esempio di Facebook
L’Open compute project lanciato da Facebook nel 2011 è un modello emblematico della rivoluzione in corso. Facebook ha investito nella creazione di un data center con vantaggi dal punto di vista dell’efficienza e del risparmio energetico. Ha messo la tecnologia a disposizione di una comunità consentendo a chiunque di utilizzare il suo progetto e di contribuire al suo miglioramento, condividendo dati, informazioni e tecnologie. Oggi Ocp, ribattezzato come il progetto open source hardware, coinvolge imprese come Intel, Nokia, Google, Apple, Microsoft, Seagate Technology, Dell, Rackspace, Ericsson, Cisco, Juniper Networks, Goldman Sachs, Fidelity, Lenovo e Bank of America. Come per i produttori petrolchimici, i centri di elaborazione dati non sono la competenza centrale di Facebook e di queste altre imprese. Proprio per questo mettere in comune questo patrimonio serve ad arricchirle mantenendo la capacità di puntare, e anzi rafforzare, i propri vantaggi competitivi nei rispettivi campi di specializzazione.
Il trend è generale. Uno studio di Ashish Arora, Sharon Belenzon e Andrea Patacconi mostra che le imprese americane investono di meno in ricerca di base, ma i loro brevetti usano come se non più che in passato le conoscenze scientifiche. Corporate America si è accorta che anziché fare le cose in segreto e internamente conviene condividere spese e benefici della produzione di conoscenza con università, start-up e altri sistemi aperti di innovazione.

Per approfondire
Piacentini: esporto il modello dell’open innovation nella Pa
De Biase: Morta l’ideologia si fa avanti la teoria
L’open innovation? È questione di knowledge governance
Open Patenting. Dalle licenze ai brevetti virali, ma l’accademia è scettica
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