Fake news: perche' non e' un lavoro da spazzini (del web)
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Fake news: perche' non e' un lavoro da spazzini (del web)

LA STRADA PER LIMITARE IL FENOMENO, SEMPRE PIU' DIFFUSO E ALLARMANTE ANCHE PER LE RICADUTE POLITICHE E POPULISTE, E' PIENA DI OSTACOLI ANCHE GIURIDICI. ECCO PERCHE' LE IPOTESI DI ADOTTARE FILTRI O CENSORI NON SONO PERCORRIBILI

di Marco Bassini, docente presso il Dipartimento di studi giuridici

Le fake news: oggi non più soltanto un problema di analfabetismo digitale e, almeno in parte, funzionale, ma un fenomeno più complesso le cui radici si collegano anche alla diffusione del populismo e alla correlata tendenza di offrire letture deformanti dell’attualità, per piegarla alle ragioni della propaganda politica. Il fenomeno sembra però aver raggiunto un grado di diffusione allarmante, al punto da destare, a livello nazionale, crescenti attenzioni da parte delle istituzioni. Non sono mancate proposte a favore dell’adozione di meccanismi di filtro delle notizie diffuse sul web.

Il compito di applicare questi filtri potrebbe essere attribuito ai gestori delle piattaforme online o, in alternativa, a soggetti privati che farebbero di questa funzione un vero e proprio business. Entrambe le soluzioni non sembrano immuni da profili critici. Se il legislatore seguisse l’opzione di incaricare i fornitori di servizi Internet (come i gestori di motori di ricerca o di social network) di un controllo ex ante sul contenuto delle notizie, si scontrerebbe inevitabilmente con il modello di business e con il paradigma legale di questi operatori, fondati entrambi sull’assenza di un controllo sui contenuti veicolati, e di conseguenza di una responsabilità sugli stessi, che rimane in capo agli utenti che li diffondono. La ragione di questo regime è facilmente intuibile sia sotto il profilo economico che sotto quello giuridico: se i gestori delle piattaforme fossero chiamati a rispondere della miriade di contenuti pubblicati quotidianamente da terzi sarebbero ovviamente disincentivati a operare come intermediari.

Amministrare una piattaforma come YouTube o un social network come Facebook è, quindi, cosa diversa dal gestire un quotidiano online. Non solo: se questi operatori fossero incaricati di selezionare i contenuti pubblicati dagli utenti, ammettendo che una tale attività sia tecnicamente e umanamente possibile, essi si dovrebbero inevitabilmente dotare di un proprio codice, ossia di un set di criteri per la rimozione delle notizie ritenute fake; e questo implicherebbe l’adozione, di fatto, di una linea editoriale e l’abbandono di quelle caratteristiche di neutralità e passività che caratterizzano le piattaforme digitali, al punto da far apparire come dei censori privati gli operatori del web. Questo problema, oltretutto, permarrebbe anche se questi meccanismi di filtro ricevessero attuazione in via di co-regolamentazione o addirittura di autoregolazione. Queste criticità non paiono poter venir meno del tutto anche nel caso in cui il legislatore seguisse l’alternativa di attribuire la funzione di filtro a soggetti ad hoc, che non operano come fornitori di servizi Internet e non gestiscono piattaforme.

In aggiunta, il ricorso a questi spazzini del web potrebbe sollevare questioni in relazione alla scelta dell’intermediario, ai criteri potenzialmente diversi cui il rispettivo operato potrebbe informarsi, e perfino alla composizione di questi organismi. E, soprattutto, laddove non ne fosse garantito un sufficiente grado di indipendenza, questi artificiosi tribunali della verità costituirebbero uno strumento pericolosissimo nella disponibilità delle maggioranze di turno.

La via di una tutela contro le fake news, dunque, appare costellata da molti ostacoli. L’esistenza di motivazioni giuridiche che invitano a diffidare riguardo all’applicazione di un filtro non deve però nascondere anche alcuni motivi di ordine culturale. L’immagine di Internet come agorá, come luogo aperto al pubblico, quale che sia il pensiero veicolato e il suo contributo alla crescita della collettività, soffrirebbe inesorabilmente moltissimo fino ad annacquare. Ed è un prezzo che non sembra il caso di pagare.
 
 

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