Sull'orlo di una crisi di legittimita'
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Sull'orlo di una crisi di legittimita'

OPERATIVE O EROGATIVE, FAMILIARI O D'IMPRESA, BANCARIE O DI COMUNITA': NON IMPORTA QUALE SIA LA NATURA DELLE FONDAZIONI. ORA STANNO TUTTE VIVENDO UN PERIODO DI STRESS. ALLA RICERCA DEL LORO RUOLO E IMPATTO SULLA SOCIETA'

di Elisa Ricciuti, ricercatrice del Cergas Bocconi

Le fondazioni italiane, qualche centinaio attive, anche se più di seimila secondo i dati Istat più recenti (2011), hanno un tratto in comune: sono sotto stress. Parte di tale stress può essere data dalla mancanza di una unica identità. Ci sono le fondazioni operative, che sommano al patrimonio di origine (privato, tipicamente individuale o familiare) una notevole capacità di fundraising e operano come vere e proprie ong. Il loro problema è quello di comunicare il proprio impatto, di farlo in modo veloce, trasparente e utile, nella nota logica di fidelizzare i propri donatori e reclutarne di nuovi.

Esistono poi quelle erogative, sempre a caccia di buone teste e ottimi progetti. Non conoscono il bisogno di fondi (cosa che le distanzia enormemente da qualunque altra organizzazione in questo settore), ma il bisogno di impatto: cercano il miglior modo per erogare i fondi disponibili, possibilmente tanti e tutti insieme, favorendo quella massa critica che permetta di osservare un cambiamento nel loro contesto di riferimento e, perché no, di influenzarlo anche politicamente. Come sempre, tra due estremi c’è poi una giungla di fondazioni a metà tra operative ed erogative, che spesso erogano somme per piccoli progetti, più che per programmi di ampio respiro, o orientate all’operatività in campi molto specifici (si pensi alle fondazioni che fanno ricerca scientifica o clinica).
Ma perché parliamo di stress, se ogni fondazione ha di fatto il potere e la capacità di scegliere la propria visione, tradurla in una missione, operazionalizzarla in strategia, e perseguirla come meglio crede? Perché le fondazioni sembrano oscillare tra comportamenti opposti e contrastanti, il che fa pensare a un momento di «crisi», ovvero di riflessione, elaborazione e giudizio, peraltro per nulla negativo. Le fondazioni a tratti mostrano la necessità di fare rete, e quella di correre da sole; la necessità di misurare il proprio risultato, e la tendenza ad essere autoreferenziali; la volontà di emergere come pionieri di approcci innovativi (il bisogno di essere riconosciuti e ben identificati come «creatori» di un qualcosa di nuovo è forse la manifestazione più chiara dell’ego filantropico) e quella di adagiarsi su soluzioni erogative di investimento facili, per nulla innovative, e tuttavia sempre incredibilmente utili (si pensi alle fondazioni che come unica attività erogano borse di studio).
Perché questa crisi? A mio avviso, la risposta risiede nel bisogno di legittimità che le fondazioni ricercano, più o meno intensamente e più o meno coscientemente. Alcuni penseranno che il discorso sulla legitimità sia già sentito e superato, nella logica del «se dimostro di avere un impatto positivo sulla comunità, ho diritto ad esistere». Il problema è però più sottile: il management di qualunque fondazione sente di doversi legittimare nei confronti dei portatori di interesse, che non per forza sono rappresentati solo dalle comunità.

E allora ecco che le fondazioni di impresa, in un momento così critico per l’economia generale, sentono di doversi legittimare di anno in anno nei confronti del proprio gruppo (l’impresa madre), per ottenere fondi che garantiscano la continuità delle strategie annunciate per gli anni a venire. E in questo devono rendere evidente la portata innovativa delle strategie stesse, ma allo stesso tempo la capacità di fare rete per ottenere un cambiamento. E le fondazioni bancarie, ritenute in alcuni casi troppo ingerenti nella politica dei propri territori, lottano per dimostrare al decisore pubblico il loro grado di innovazione, parola chiave del ripensamento dei sistemi di welfare dei nostri giorni. E le fondazioni individuali o familiari, tese tra l’ingresso nel mondo della trasparenza e della valutazione delle proprie performance, e la chiusura – spesso pressoché totale – verso qualunque tipo di richiesta democratica.
Poi ci sono le fondazioni di comunità, che meriterebbero un discorso a parte proprio per la loro natura e la composizione stessa delle loro fonti, collocandosi un po’ al di fuori del dibattito sulla legittimità. Forse una riflessione più condivisa sul ruolo delle fondazioni nel loro rapporto con il sistema pubblico e la comunità di riferimento potrebbe giovare a tutti gli attori del sistema, e portare un elemento in più di riflessione in questa crisi, per far sì che le fondazioni siano pienamente incardinate nel meccanismo democratico, e aperte al dibattito sul futuro proprio, oltre che quello dei bisogni ai quali si dovrà rispondere.
 

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