In Italia la rivoluzione silenziosa e' ancor... piu' silenziosa
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In Italia la rivoluzione silenziosa e' ancor... piu' silenziosa

ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO, RESPONSABILITA' FAMIGLIARI, CULTURA NAZIONALE E POLITICHE PUBBLICHE PESANO SULLA PARTECIPAZIONE DELLE DONNE AL MERCATO DEL LAVORO E SUI LIVELLI RETRIBUTIVI

di Alessandra Casarico, professore associato presso il Dipartimento di analisi delle politiche e management pubblico

In Italia i differenziali di genere nel mercato del lavoro sono significativi. A partire dagli anni ‘90 e fino a inizio crisi, l’occupazione femminile era cresciuta a un ritmo maggiore di quella maschile, garantendo una riduzione nei differenziali occupazionali di genere. La crisi ha rafforzato questo processo, grazie però a un calo nell’occupazione maschile più accentuato rispetto a quella femminile. I dati degli ultimi mesi sembrano indicare nuovamente un’apertura del differenziale, con un’occupazione femminile che gravita da anni attorno al 47% e che continua a essere maggiormente concentrata nel lavoro a tempo determinato rispetto a quella maschile. Anche sul fronte dei differenziali salariali le notizie non sono migliori: sebbene siano diminuiti nel tempo, in linea con quanto si osserva negli altri Paesi Ocse, a partire dagli anni 2000 la riduzione si è fermata e negli ultimi anni, in particolare, non ha coinvolto la parte alta della distribuzione dei salari, accentuando quindi il fenomeno del soffitto di cristallo.

Claudia Goldin, economista americana, anni fa aveva coniato il termine rivoluzione silenziosa per indicare l’incremento nell’istruzione femminile e il significativo aumento della partecipazione delle donne, in particolare sposate, al mercato del lavoro. Un cambiamento lento, silenzioso ma dirompente per l’economia e la società americana. Più di recente si è interrogata su che cosa ancora manchi negli Stati Uniti al completamento della rivoluzione silenziosa e al raggiungimento della convergenza tra i generi e ha individuato nell’organizzazione del lavoro l’ultimo scoglio da superare. Smettere di remunerare in modo esagerato le lunghe ore di lavoro e la disponibilità a lavorare in orari particolari aiuterebbe più di ogni altra cosa, a suo giudizio, il raggiungimento dell’equilibrio di genere sul mercato del lavoro. Cambiamenti in questa direzione sono avvenuti negli Usa in alcuni settori, per esempio quello della tecnologia o della salute, dove si è osservato un miglioramento nella posizione professionale delle donne, ma molto meno in altri, come la finanza, il business e le professioni legali.
 
Sicuramente anche in Italia quello dell’organizzazione del lavoro è un ingrediente cruciale poiché definisce le opportunità per le famiglie di realizzare quell’equilibrio tra lavoro e cura che è essenziale per il benessere e per la realizzazione individuali. Orari di lavoro, flessibilità nell’organizzazione, mentoring e tutoring per la crescita professionale, in particolare delle donne, disponibilità di servizi di welfare aziendale sono alcuni elementi su cui agire per rendere l’organizzazione del lavoro più favorevole al raggiungimento di un equilibrio di genere. Secondo i dati Istat relativi alle imprese che offrono servizi di welfare aziendale, il 31% delle imprese che operano nel settore dei servizi garantisce l’offerta di asili nido, servizi sociali, di assistenza, ricreativi e di sostegno: se guardiamo però alle imprese manufatturiere o del commercio, le percentuali scendono rispettivamente al 18 e al 4%. Se ci chiediamo quante siano le imprese che consentono una flessibilità dell’orario per favorire la conciliazione dei dipendenti, i numeri migliorano ma le differenze rimangono: il 50% delle imprese che operano nel settore dei servizi, il 36% delle imprese manifatturiere e il 24% di quelle operanti nel settore del commercio. I numeri ci dicono quindi che ci sono ampi margini di miglioramento possibili.

Ma l’organizzazione del lavoro, pur se cruciale, non è l’ultimo o unico ostacolo che l’Italia deve ancora abbattere. Ci sono altri fronti a cui guardare. Innanzitutto, l’organizzazione delle responsabilità famigliari è importante quanto quella del lavoro nel determinare i differenziali di genere: secondo l’Ocse, le italiane dedicano in media 22 ore in più a settimana del partner al lavoro non retribuito, mentre la media nei paesi nordici è pari a 5 ore. In secondo luogo, occorre considerare la cultura di genere: i dati di European value survey dicono che la percentuale di italiani convinti che «In condizioni di scarsità di lavoro, gli uomini dovrebbero aver maggior diritto a ottenerlo delle donne» è superiore a quella di altri paesi europei.

Infine le politiche pubbliche: le risorse investite dal nostro paese per promuovere l’occupazione femminile e l’equilibrio tra lavoro e cura sono limitate e inferiori di altri paesi.

C’è solo da scegliere da dove cominciare.
 

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