Violenti, ma non nel nome del Corano
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Violenti, ma non nel nome del Corano

LE AZIONI DEI MOVIMENTI ISLAMICI ISIS E BOKO HARAM RICHIAMANO ALLA MENTE PIU' LE PULIZIE ETNICHE DELLE MILIZIE CRISTIANE DELL'EXJUGOSLAVIA CHE NON I SUICIDI/MARTIRI PALESTINESI

di Ugo Fabietti, docente di Antropologia culturale e dello sviluppo

La spettacolarizzazione della violenza messa in atto in questi ultimi mesi da alcuni movimenti politico-militari che dichiarano di ispirarsi all’Islam radicale ha riportato clamorosamente in primo piano il tema del rapporto tra religione e violenza.
Tale rapporto non è certo una novità nella storia umana degli ultimi millenni, ma gli effetti mediatici di comportamenti efferati hanno rilanciato l’idea di una connessione stretta tra Islam e violenza.
Tale rapporto viene molto spesso stabilito sulla base di reazioni emotive quando non a fini politicamente interessati. In ogni caso non sulla base di una riflessione obiettiva. Le violenze gratuite perpetrate dai miliziani dell’Isis o di altre formazioni para-militari che si autoproclamano islamiche ha poco o nulla a che vedere con  quel fenomeno che per primo stupì gli osservatori occidentali quando gli attentatori suicidi/martiri (a seconda del punto di vista) palestinesi iniziarono ad attaccare, oltre venti anni fa, obiettivi civili e militari israeliani. Questi individui agivano sapendo di perdere la propria vita “per una causa”, mentre le efferatezze dell’Isis non mettono in gioco la vita di coloro che le perpetrano. E anche quando si viene a sapere di attentati suicidi promossi dall’Isis (per lo più contro altri  musulmani) chi li compie non è parte del movimento ma si tratta di soggetti su cui non è dato sapere alcunché. Conosciamo invece piuttosto bene le storie degli attentatori palestinesi, le loro biografie, i loro pensieri e le loro strategie.  Il pubblico occidentale, soprattutto, non riesce bene a distinguere (complice la semplificazione mediatica) tra queste diverse manifestazioni della violenza politica. Ma l’idea che tali gesti violenti fossero “religiosamente ispirati” ha sempre costituito il sottofondo del discorso mediatico-politico occidentale, mentre tra gli studiosi, più attenti ai contesti e ai particolari, questi fatti hanno suscitato interpretazioni variamente sfumate.
Ammettiamo che la religione abbia davvero una voce in capitolo in questo fenomeno. Questo non per trascurare altri fattori di natura socio-politica, ma piuttosto per cercare di capire “in che senso” la dimensione religiosa possa svolgere, se lo svolge, un ruolo sul piano dello scambio simbolico mediante cui gli attentatori entrano in dialogo con il loro pubblico, e attraverso il quale reclamano la propria superiore autorità.
 
Quanti ritengono che la religione abbia a che vedere con questi atti, si dividono all’incirca in due gruppi: quello di chi ritiene che gli attentati suicidi siano ispirati da un messaggio violento insito nella stessa religione musulmana, una cosa piuttosto difficile da provare, e quello di quanti pensano invece che la religione (musulmana, e monoteista in genere) abbia un ruolo nell’articolare le modalità di immaginare e di realizzare questi atti violenti.  Dell’opinione che la religione musulmana sia determinante nell’ispirare tali atti sono di solito politologi e commentatori apertamente ostili a tutto ciò che “sa di musulmano” e propensi a coltivare ciò che Charles Taylor e Dilip Gaonkar  hanno definito “il pensare per blocchi”, un atteggiamento che corrisponde a ciò che gli antropologi chiamano “essenzializzazione della cultura”. Ivan Strenski, invece, sostiene che gli attentatori suicidi/martiri compiano un atto politico e religioso allo stesso tempo. Questo connubio di politica e religione si realizza attraverso un elaborato codice di sacralizzazione del futuro martire da un lato e attraverso una messa in atto della logica del dono, dall’altro.
 
Proponendosi come autori di azioni preparate attraverso dei rituali di consacrazione, i suicidi/martiri agiscono sotto gli occhi di una comunità a cui chiedono di essere accettati come rappresentanti di un’autorità superiore. La consacrazione dei martiri è il processo rituale che crea le condizioni simboliche per il riconoscimento della loro autorità: preghiere, lettura e ostensione del Corano, recitazione di episodi della vita del Profeta, ecc.  Mentre ciò che cattura e obbliga moralmente il pubblico a tale riconoscimento è la messa in atto della logica del dono. Tale logica, che secondo la classica interpretazione antropologica si fonda sul principio dell’obbligo del dare - ricevere – ricambiare, consiste nel suscitare, nel pubblico, il sentimento di una duplice obbligazione: da un lato accettare il dono della loro morte e, soprattutto, il dono delle loro morti eroiche in maniera appropriata, suscitando cioè nel pubblico un obbligo alla “restituzione”. Quest’ultima consiste in un rafforzamento dell’idea della bontà del gesto che i martiri hanno compiuto perché strettamente collegato all’ideale più alto che li ha spinti a sacrificare la propria vita.  In questa logica, gli attentatori suicidi donano la propria vita mirando a un “accrescimento di senso” da parte della comunità. Strenski definisce questa dinamica come una “addizione per sottrazione” che impegna la comunità di riferimento a lottare per “la causa”.
Questa dinamica, fatta di consacrazione e di logica del dono, assume significati diversi in contesti differenti, a seconda cioè dell’obiettivo: civili o militari israeliani, militari occidentali “invasori” o civili occidentali “infedeli”/imperialisti, ma anche musulmani appartenenti alla fazione avversaria. In tutti questi casi gli attentatori-martiri cercano, con il loro gesto, di farsi riconoscere come fonti di autorità (“politico-religiosa”) di fronte alla propria comunità. Anche quando a fronteggiarsi sono gli stessi musulmani, gli atti suicidi di distruzione del nemico hanno per scopo quello di  “alzare la posta” nella gara per l’acquisizione di una superiore autorità “morale” (religiosa) nel confronti della fazione avversaria.
Questi atti, profondamente radicati nell’immagine del sacrificio come distruzione e dono di sé allo scopo di “accrescere” la propria forza di fronte al nemico, hanno quindi come obiettivo quello di rendere incontestabile, agli occhi della propria comunità, l’autorità di chi si sacrifica per una causa che può essere, a seconda dei casi, l’Islam, la Palestina, la comunità shi’ita o sunnita. Niente di tutto ciò riguarda la violenza studiata e messa sul web dai movimenti politico-militari “islamici” come l’Isis o Boko Haram (per citare quelli più noti) che per certi aspetti ricordano le violenze messe in atto nella ex-Jugoslavia dalle milizie “cristiane” durante le pulizie etniche condotte nei confronti delle popolazioni balcaniche di fede musulmana.
 

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