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PMI straordinariamente complesse per l'incertezza e l'internazionalizzazione

IL 60% DELLE IMPRESE RITIENE IMPREVEDIBILE L'EVOLUZIONE DELLA DOMANDA E DEL QUADRO NORMATIVO, SECONDO UNA RILEVAZIONE DI GIANLUCA SALVIOTTI E SEVERINO MEREGALLI CON SAP ITALIA

Salviotti e Meregalli

Un processo di internazionalizzazione che avanza a strappi e singhiozzi e l’imprevedibilità del contesto economico e normativo rendono straordinariamente complessa la gestione della media e piccola impresa italiana, secondo una rilevazione su 200 aziende (il 69% con un fatturato compreso tra i 50 e i 500 milioni di euro) condotta da Gianluca Salviotti e Severino Meregalli della SDA Bocconi in collaborazione con SAP Italia.

Il 43% delle imprese dichiara in aumento il fatturato delle vendite all’estero, grazie alla crescita delle filiali commerciali e dei distributori (in crescita per quasi il 30% del campione), e nonostante la riduzione dell’outsourcing della produzione (le aziende che lo valutano in diminuzione superano quelle per cui è in aumento) e di servizi (in decrescita per il 25% delle imprese).

“L’inflazione nei paesi in via di sviluppo li rende sempre meno low cost”, dichiara Salviotti, “e le imprese che operano con maggiore successo sono quelle che hanno delocalizzato alla ricerca di nuovi mercati prima della crisi di quello interno”. Le complessità che le imprese si trovano a fronteggiare con l’internazionalizzazione sono dovute soprattutto alla logistica e alla moltiplicazione dei sistemi normativi da tenere in considerazione (un fattore critico per più di un’impresa italiana su tre).

Si fanno, inoltre, sempre più preoccupanti i problemi di pianificazione delle medie e piccole imprese, scatenati da un contesto economico che spinge il 60% delle aziende a ritenere il livello e il tipo di domanda completamente imprevedibile o imprevedibile, e dall’evoluzione del quadro normativo, giudicato imprevedibile o completamente imprevedibile da poco più del 60% del campione.

I fattori evolutivi vanno ad esaltare la complessità dovuta a fattori strutturali come l’assetto proprietario. L’81% delle imprese del campione dipende da capitali privati (si tratta, cioè, di non quotate) e il 74% fa capo a un imprenditore (28%) o a una famiglia imprenditoriale (46%), sebbene nel 78% dei casi si registri la presenza di manager indipendenti (nel 42% dei casi in proporzione prevalente, nel 36% a convivere con il management familiare). Una struttura simile solleva esigenze di disponibilità di dati puntuali e attendibili, per rendere possibile la rendicontazione, anche a fronte di dimensioni limitate e tanto più per la minoranza di imprese (5%) controllate da fondi o banche.

Le imprese fanno, inoltre, parte di gruppi complessi: nel 58% dei casi sono presenti, nel perimetro di consolidamento, almeno due tipologie societarie (il caso più diffuso è la compresenza di società produttive e commerciali), con importanti problematiche di gestione dei flussi intercompany, e il 46% delle aziende sono multibusiness, con dichiarate criticità di integrazione e di creazione di sinergie di gruppo.

Le difficoltà di accesso al credito, infine, hanno sensibilmente ridotto le prospettive di crescita mediante fusioni e acquisizioni. Di fronte a una domanda in cui erano possibili risposte multiple, il 58% ha dichiarato una strategia di crescita organica sui mercati tradizionali, contro il 17% che pensa a operazioni di m&a; il 47% pensa alla crescita organica su nuovi mercati, a fronte di un 14% che studia operazioni di m&a.

Le medie imprese sono consapevoli della complessità che devono fronteggiare e, negli ultimi anni, hanno avviato interventi sulla struttura manageriale (oltre il 75% del campione), sull’assetto organizzativo (84% abbondante) e su quello produttivo e di filiera (oltre il 76%). Gli interventi che ritengono da avviare dal 2013 in poi riguardano i processi aziendali (18%) e il sistema informativo (15,6%).



di Fabio Todesco

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