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Universita' Bocconi
18/12/2009
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Quando l’utente non genera più

Internet. Senza un Google per i contenuti amatoriali il social web potrebbe svuotarsi

di Luigi Proserpio, associate professor di organizzazione presso il Dipartimento di management della Bocconi

Magari non capiterà proprio l’anno prossimo, ma internet rischia di subire un’involuzione importante se gli utenti ridurranno il loro contributo in termini di contenuti. Il concetto di web 2.0 è intimamente legato a quello di contenuto generato dagli utenti, in gergo ugc, user generated content. Ipotizziamo che gli utenti diminuiscano o smettano di contribuire con filmati, commenti, fotografie; questo potrebbe minare molti dei processi sociali che sono alla base della nuova internet.

Ad oggi, gli ugc aumentano la massa di informazioni presente in rete e sono alla base del coinvolgimento emotivo di chi contribuisce e commenta. Gli stessi contenuti, presenti in grande quantità, rendono però difficile, o più semplicemente frustrante, l’utilizzo del web. In teoria è possibile trovare argomenti di nicchia, assenti dai media tradizionali, cercare risposte ai propri quesiti tecnici, lasciare una traccia della propria competenza o semplicemente della propria identità digitale. In pratica questo si scontra spesso con la difficoltà di giudicare la qualità della fonte e con l’inadeguatezza degli strumenti di ricerca che internet ci propone.
 
Quattro variabili potrebbero determinare il crollo della contribuzione. Innanzitutto, la bassa qualità e visibilità dei contenuti generati dagli utenti. La marmellata digitale (l’eccesso di rumore) sommerge gli ugc e non ne permette la valorizzazione. Non è un grande problema se i navigatori sono maturi abbastanza da non aspettarsi ricompense/notorietà dai propri upload su internet. Può invece rappresentare un pericolo se provoca frustrazione negli utenti che non si sentono ripagati degli sforzi, sempre fatti pro bono. Troppi filmati di bassa qualità portano all’emersione di quelli migliori (il lato positivo) ma anche alla decisione di evitare in futuro contribuzioni che hanno creato frustrazione (il lato negativo). Siccome tanti contenuti generano molti commenti che si distribuiscono secondo una logica long tail, avere una diminuzione di numerosità può portare all’impoverimento.
 
In secondo luogo, l’accresciuta difficoltà di ricerca degli ugc, che spesso non porta ai risultati sperati. La ricerca algoritmica di Google indirizza ma non risolve tutti i problemi. Ovviamente sottostima gli ugc a favore di realtà più istituzionalizzate. La ricerca basata sui contributi degli utenti (tag, voti, segnalazioni) è embrionale. Come risultato, non trovare contenuti significa diminuire la possibilità di valorizzare la produzione degli utenti.
 
Terzo, la non cancellabilità dell’identità digitale. La digital reputation e la digital identity sono un’opportunità e un pericolo. Molti dei messaggi lasciati in rete non hanno la caducità delle conversazioni orali. Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia, scrive nella prefazione a Throwing sheep in the boardroom (di Fraser e Dutta) che non si devono ingabbiare troppo gli utenti pensando che i loro comportamenti saranno negativi e poco etici. Questo è certamente di buon auspicio, ma se le persone autodanneggiano la propria identità digitale, poi è difficile rimettere assieme i pezzi. Si rischia di avere una cura dell’identità digitale molto più bassa di quella fisica e questo impatta anche sui contesti di lavoro, aprendo il privato ai colleghi. Il dileggio diventa permanente se memorizzato nei social network.
 
Infine, la mancanza di appeal sociale dei social network, che iniziano a essere meno attrattivi anche per i più giovani. Gli internauti scrivono tante cose, ma gli strumenti per generare atmosfera sono ancora molto approssimativi. Utilizzare Facebook per le prime volte, con un numero sufficiente di amici, dona una sensazione positiva di realtà aumentata. Dopo qualche mese può diventare luogo noioso per la quantità di informazioni generate dagli utenti e per la ripetitività delle stesse. Il ‘Facebook suicide’ è piuttosto frequente di questi tempi, perchè l’applicazione non riesce più a generare una atmosfera calda, coinvolgente ed attrattiva.
Il mondo di internet è alla ricerca di una nuova Google che possa aiutare a valorizzare i contenuti generati dagli utenti. Se questo funzionerà, saremo di fronte a molti altri anni di prosperità e sviluppo. In caso contrario, ci attendono tempi più oscuri.

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Commenti


Inviato da Dario Pagnoni il 24/03/2010

L'articolo è molto interessante e mi trovo d'accordo con la riflessione proposta. Tuttavia, sono forse un po' più ottimista dell'autore. Oltre a Google Blog, motore di ricerca specifico per gli UGCs, big Google sta sviluppando molte altre cose interessanti, da Google Wave a Google Buzz, passando per tutti gli strumenti integrati come Blogger, Analytics, Sites, Reader (da qualche giorno Google Reader Play), Docs, Calendar, Picasa, Aardvark (recentemente acquistato), ... e molto altro – si veda cosa bolle in pentola nei Google Labs. Anche Facebook sta affrontando grandi cambiamenti, in parte già in corso di attuazione ed in parte annunciati dal blog ufficiale. Tutti gli altri poi, a cominciare da Microsoft, stanno investendo molto per proporre alternative valide ed innovative. In conclusione, la questione della qualità dei contenuti è molto complessa e merita di essere approfondita sempre più. Dario Pagnoni http://www.marketinginbocconi.com



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