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21/07/2009
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Gen-Y, istruzioni per l'azienda

Impedire l'accesso a Facebook o oscurare internet ha un prezzo in termini di sfruttamento delle abilità dei giovani

di Luigi Proserpio e Nicola Ressmann, rispettivamente direttore e collaboratore del laboratorio di ricerca Tedplus

I Gen-Y, rappresentanti della generazione cresciuta tra gli anni ‘80 e ‘90 in rapporto simbiotico con internet e pc, si presentano in azienda portando con sé il loro profilo di Facebook, di Messenger, di Last.fm, e di tante altre applicazioni 2.0.

La differenza più marcata con le generazioni precedenti risiede nei tempi di gratificazione molto differenziati. I più giovani sono abituati ad avere accesso immediato all’informazione e hanno una rete di connessioni così estesa che permette di avere risposte istantanee da almeno uno dei nodi. Poi c’è l’abitudine ad avere sotto controllo il progresso delle azioni e lo scorrere del tempo (l’interfaccia di Messenger che visualizza lo status e il punteggio dei videogiochi): se le aziende si limitano a feedback scritti annuali non aiutano l’inserimento e la socializzazione di un Gen-Y, che non capirà se la strada intrapresa sia giusta o meno. Inserirlo invece in un contesto flessibile con un sistema costante di feedback aumenta la probabilità di fargli raggiungere gli obiettivi efficacemente e in autonomia.
 
L’orientamento al team è particolarmente sviluppato nei Gen-Y. Da bambini sono cresciuti in ambienti ad alta socialità: giochi di squadra, asili nido, reti sociali virtuali etc. Replicare l’interazione sociale nei contesti aziendali migliora quindi i loro risultati. Non chiudete l’accesso a Facebook. Eliminare Facebook, così come qualunque altro strumento abitualmente usato nella vita di un adolescente significa scorporare un intero patrimonio relazionale dai suoi asset cognitivi, con probabili e dannose ricadute sul suo rendimento. Non possiamo ignorare l’esistenza di una relazione capacità-strumenti; certe competenze scompaiono se non sostenute dai giusti supporti. In altre parole, se un Gen-Y è abituato a relazionarsi con i propri contatti sociali attraverso un network computerizzato, non sarà in grado di adattarsi senza sforzo a un network di contatti gestito per telefono. Costringere un Gen-Y a lavorare solo in questo modo può diminuire le sue capacità relazionali e non sfruttarne la capacità innovativa. Probabilmente la soluzione migliore è di utilizzare entrambi i canali.
Non chiudete l’accesso a Internet. I Gen-Y hanno appreso come collegare informazioni complesse e apparentemente distanti attraverso la pratica quotidiana con gli ipertesti, con Wikipedia, con i blog. Imparare come connettere informazioni ha un trade-off: le informazioni possedute sono meno approfondite ma si verifica un aumento delle capacità di filtrare utilmente grandi masse di dati.
 
La tecnofilia dei Gen-Y dipende dall’abbondanza di tempo libero a disposizione dei giovani in età scolare. In prospettiva, i Gen-Y, pur rimanendo legati alla tecnologia, ridurranno i loro consumi tecnologici man mano che avanzeranno con l’età, mentre la gioventù della prossima generazione –- sia essa chiamata W o Z - manifesterà con tutta probabilità abitudini di consumo simili a quelle della generazione Y di oggi. La tecnofilia è l’incredibile dimestichezza e familiarità che la generazione Y possiede nei confronti di qualsiasi artefatto tecnologico. Per moltiplicare la fruibilità tecnologica, l’approccio diventa multitasking: da prassi all’apparenza inefficiente e irrazionale per i suoi costi cognitivi, essa si rivela in realtà la risposta alla sovrastimolazione sensoriale ambientale e il comportamento più affine all’approccio confidenziale con la tecnologia.
Quelle che abbiamo descritto sono inclinazioni e abitudini consolidate della generazione Y. Noi pensiamo che questi comportamenti ormai diffusi e a prima vista inefficienti debbano essere presi in considerazione in contesti formali come il posto di lavoro. Solo così si manterranno il potenziale innovativo e la voglia di fare dei Gen-Y. Socializzarli con pratiche vecchie può risultare inefficace, data la distanza con il loro modo di pensare e lavorare. E’ ovvio che anche il contrario possa essere pericoloso e infattibile. Non si può trasformare un’azienda per gratificare i nuovi ingressi. Ma un fit va trovato, per non creare uno iato insuperabile tra le prassi aziendali e gli stili delle generazioni emergenti.

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Commenti


Inviato da Angelo Errico il 15/09/2009

La tecnica della comunicazione è, in pratica, la tecnologia usata per la comunicazione, come par di capire dalle parole degli autorevoli professori dell'articolo. Sarà? Guidare l'automobile, la più accesoriata, la più attrezzata, equivale a essere migliori conducenti? coscienziosi percorritori dello spazio attraversato? più perfetti - lo so, è sbagliato dirlo - programmatori di spostamenti e sequenze di viaggi e soste? No. Non credo. Non credo che togliere facebook e compagni virtuali vari alle generazioni ipsilon, significhi mortificare la produttività del mondo del lavoro nel quale s'inserisce questa generazione in particolare. Non credo che la capacità di usare una tastiera di pc e un set di programmi software intrecciabili tra loro con la stessa abilità di un pianista, sia garanzia di successo assicurato, qualità superiore e rendimento efficientissimo del lavoro svolto da chi è abituato a relazionarsi con le più attuali tecniche di comunicazione. Poi qualcuno più bravo e allenato di me, m'intrecci i dati delle persone giovani ( fino a 25 anni facciamo ) che conoscono e utilizzano fb, e le morti dei giovani su strada, che si schiantano al sabato sera e circostanze analoghe. Risultato? Angelo Errico



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