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30/06/2009
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Il prezzemolo dell’accountability

Una parola-prezzemolo: si propone come condimento delle accezioni, sempre più dilatate, di responsabilità, controllo, responsabilizzazione, attendibilità. Forse anche perché è intraducibile con un termine univoco nella nostra lingua…

Sui giornali italiani ormai il processo di dilatazione semantica del termine inglese accountability è arrivato lontano. Accountability deriva da accountable, che significa “soggetto o disponibile a rendere conto”, a sua volta ricavato da account “conto, bilancio”. Accountability, che manteneva e mantiene un forte presidio nel linguaggio aziendale nel senso di “processo, opportunità di rendicontazione agli stakeholders”, si è allargato a mano a mano come una comoda maglia elasticizzata. Nel 1984 compare per la prima volta nell’italiano scritto, in un dizionario giuridico bilingue (Francesco De Franchis, “Dizionario giuridico – Law Dictionary”, Giuffrè Editore, Roma). Oggi ha assunto il vasto significato di «potere e dovere rendere puntuale conto del bilancio e, in generale, della correttezza ed efficacia degli atti» (Tullio De Mauro, Dizionarietto di parole del futuro, Editori Laterza, Roma-Bari 2006, pp. 3-4; e l’autore commenta in margine: «cosa difficile, ma concetto chiaro, che però in molte lingue sembra ben reso solo dalla parola inglese»). Pur conservando una forte componente legata al diritto, il termine tende ad acquisire una valenza etica, rappresentando, in più campi, la necessità di relazioni di trasparenza, controllo e verificabilità tra una parte che agisce e un’altra che è a vario titolo interessata a tali azioni. Si parla spesso ancora e sempre di economia, naturalmente: di aziende e stakeholders, di società e azionisti, di banche centrali e governi (www.viasarfatti25.unibocconi.it/). Ma altrettanto spesso e sempre di più ci si riferisce a contesti e attori che, per analogia, replicano il set della relazione tra due parti, una che amministra per conto di un’altra, alla quale può essere opportuno e utile sottoporre gli atti che documentano l’operato della prima, perché ne vanno di mezzo gli interessi della seconda, in una logica di trasparenza che permette di misurare l’attendibilità di chi amministra.

L’allargamento del concetto e dell’applicabilità del termine accountability è ben visibile nelle nuove teorie e prassi della cosiddetta “rendicontazione sociale”. Si tratta, in sostanza, di mettere a disposizione informazioni che non sono oggetto di rilevazione contabile, ma sono molto importanti per la valutazione dell’attività e dei risultati dell’azienda, impresa, ente. Elementi essenziali di questa accountability espansa sono il riferimento e l’attenzione verso tutte le categorie di stakeholder e non soltanto verso il soggetto economico primario. Si valuta che gli stakeholder, con i loro comportamenti, abbiano la capacità di influire sul possibile raggiungimento degli obiettivi aziendali. Ma azienda è ormai anche l’ente locale, l’ente ospedaliero, l’istituto scolastico. Anche qui, in istituzioni di diversa consistenza ma identica struttura relazionale, si gioca il destino del termine accountability. Gli enti locali, per esempio, dispongono di un sistema informativo-contabile molto articolato e difficilmente comprensibile dai cittadini. In questo senso, sul piano dell’accountability, la redazione del bilancio sociale consente agli amministratori di disporre di un documento che comunichi con più chiarezza ed efficacia con la collettività amministrata.
 
Il prezzemolo dell’accountability può condire, com’è intuibile, molti piatti, in una società che interpreta, a cavallo tra diritto ed etica, le relazioni tra chi dirige e chi è diretto, tra chi amministra e chi è amministrato, tra chi rappresenta e chi è rappresentato secondo criteri di efficienza, passibili di controlli e rendicontazioni come strumenti di verifica, garanzia e legittimazione (o, eventualmente, delegittimazione) di atti, agenti e agenzie. Anche il piatto della politica si espone al condimento dell’accountability. Basta leggere il secondo tra gli esempi d’uso, in cui, richiamandosi peraltro a un’accezione del termine che è già dell’inglese, si parla di accountability in politica come dell’affidabilità di un governo che «rende conto del suo operato in maniera sistematica e trasparente» di fronte ai propri stakeholder, cioè, in questo caso, i cittadini, attraverso i loro rappresentanti in parlamento. Qualcuno, in Italia e altrove, parla di crisi di accountability a proposito dell’attuale presidente del Consiglio dei ministri (un aziendalista convinto, peraltro). Leggeremo presto del Mister di una squadra di calcio o del Coach di un team di pallacanestro che, negando l’evidente rendiconto negativo dei risultati ottenuti sul campo, ha perso ogni accountability? O dell’accountability dei genitori verso i loro figli o di ogni essere umano verso Dio, come già succede in inglese (www.wordnik.com)?

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