OPINIONI |

Paganini e il patto col diavolo

LA FRENESIA CHE SCATURIVA DAL SUO VIOLINO E LA DIFFICOLTà 'DIABOLICA' DEI SUOI PEZZI ALIMENTARONO L'ENORME FAMA DEL MAESTRO. MA DIEDERO LUOGO ANCHE A NON POCHE DICERIE...

di Giovanni Iudica, ordinario di diritto civile e direttore della Scuola di Giurisprudenza della Bocconi

È risaputo che la musica ha sempre avuto, da tempo immemorabile, uno stretto legame con la metafisica. Pitagora parlava di “armonia delle sfere”. Un’intuizione davvero felice se si pensa all’incipit della Bibbia: In principio erat Verbum. Il Verbo è la traduzione, piuttosto pedestre e inesatta, del termine greco Logos. In principio era il Logos, cioè qualcosa di più e di diverso della parola. Il Logos è la parola razionale, è la razionalità, è la Ragione. Logos è a sua volta la traduzione di un termine aramaico che ha un significato più complesso e addirittura doppio: Ragione e Suono Primordiale, qualcosa che ricorda l’Om buddista, o il big bang originario dell’astrofisica contemporanea. Nelle Epistolae ad diversos, Gottfried Wilhelm von Leibnitz scriveva che Musica est exercitium arithmeticae occultum nescientis se numerare animi. “La musica è un occulto esercizio aritmetico dell’animo che ignora di star numerando”. E prosegue: “Sbagliano coloro i quali ritengono che nulla possa succedere nell’anima, di cui essa stessa non sia conscia. Pertanto l’anima, anche non accorgendosi di star numerando, sente tuttavia l’effetto di questa numerazione inconscia, sente il piacere che vi risulta nella consonanza e la molestia nella dissonanza”.

Tuttavia, la musica non ha solo rapporti con l’Ur-Geist, con il divino o con l’apollinea “eterna innocenza” di cui canta Wolfgang Goethe, ma anche con il lato oscuro del nostro sottosuolo, con il demone maledetto delle passioni irresistibili, con le streghe del Walhalla, con il mondo sulfureo dello stesso Belzebù! Tommaso Vitali non faceva mistero di aver scritto la sua celeberrima Ciaccona sotto la diretta dettatura di Mefistofele. Ma non c’è dubbio che il più diabolico dei musicisti sia stato il genovese Niccolò Paganini. Il suo aspetto spettrale, il suo sguardo febbrile e allucinato, la sua espressione trasognata, come se stesse comunicando con l’al di là, e soprattutto quel virtuosismo estremo, quella frenesia sonora che sprigionava dal suo violino, il mistero delle difficoltà tecniche ritenute insormontabili per i comuni mortali, anzi al di là di ogni logica strumentale, erano cose di cui si parlava in tutto il mondo, e specialmente nei salotti dei palazzi dogali e nei carrugi dell’angiporto della sua città. Erano cose da tutti interpretate come la prova provata, il segno evidente di un patto col Diavolo. Poi, come sempre, fiorivano le leggende metropolitane: “Paganini ha venduto l’anima a Belzebù”; “Suona su un violino con corde fatte di budella di papa”; “Studia solo di notte, nei cimiteri, sopra le tombe”, e via di questo passo.

Durante l’epidemia di colera del 1835, Paganini venne invitato dalla cittadinanza genovese a tenere un concerto all’ospedale Pammatone, per alleviare le sofferenze degli ammalati. L’artista si aggirò avanti e indietro per le corsie, poi, come invasato, agguantò il suo violino e si mise a suonare un brano di Suessmayr: “Le streghe” (guarda caso!), una danza sfrenata e dionisiaca.

I malati, più di là che di qua, avrebbero preferito ricevere il conforto di qualche sacramento e invece si trovarono faccia a faccia con un demonio, trovando conferma alle loro supposizioni. Quei poveracci, ci racconta la cronaca di Pietro Berri, si presero di paura e cominciarono a pregare in silenzio, a rintanarsi sotto le lenzuola e a fare gli scongiuri.

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